Il DDL di riforma della P.A. e la Scuola_Luglio 2014

Scritto da Pietro Perziani on . Postato in Riforma dello stato

IL DDL SULLA RIFORMA DELLA P.A. E LA SCUOLA

Nel DDL governativo presentato al Senato ci sono importanti novità che riguardano la scuola, ma alcuni nodi problematici, soprattutto per quel che riguarda i dirigenti, rimangono irrisolti.

Noi siamo convinti che solo risolvendo in modo positivo i nodi istituzionali si potrà dare una soluzione anche ai problemi della dirigenza delle istituzioni scolastiche, perché è di tutta evidenza che la dirigenza segue l’istituzione: se la scuola autonoma non viene pienamente valorizzata, non sarà valorizzata nemmeno la sua dirigenza.

Iniziamo dalle cose positive.

L’Art. 8 del DDl è rubricato Definizioni di pubblica amministrazione; vengono elencati sette diversi tipi di enti che rientrano nella pubblica amministrazione.

Nella lettera a) vengono indicate le “amministrazioni statali”, tra cui naturalmente i Ministeri, mentre nella lettera d) vengono indicate le “amministrazioni di istruzione e cultura”, tra cui le scuole statali di ogni ordine e grado, che per la verità vengono citate per prime.

E’ vero che si tratta di enunciazioni, di principi, che però appaiono molto chiari:

-le Scuole sono un’ “amministrazione”, non una semplice autonomia funzionale, uffici dello stato autonomi a pieno titolo

-sono un’entità giuridica diversa dall’Amministrazione Statale tra cui rientrano i Ministeri, di cui alla lettera a); le scuole non sono cioè degli “”Uffici Periferici” di un Ministero qual è il MIUR.

A sottolineare ulteriormente la autonomia giuridico-istituzionale delle scuole, il DDL specifica che esse non sono “amministrazioni nazionali” di cui alla lettera b) o amministrazioni territoriali, di cui alla lettera c).

Naturalmente, in un DDL di delega che riguarda tutta la P.A. non si entra nel merito di cosa siano le scuole, per questo c’è bisogno di un provvedimento ad hoc; per capire la loro natura, possiamo andare per analogia, ci può aiutare la considerazione degli altri enti che rientrano nella d) insieme alle scuole.

Si tratta delle università statali e assimilate, degli enti nazionali di ricerca, dei musei, degli archivi e delle biblioteche dello Stato e degli EE.LL.; si potrebbe dire che nella lettera d) rientra tutto ciò che lo Stato esprime in termini di cultura, formazione ed istruzione.

Questi Enti hanno per definizione un’ampia autonomia, non solo didattica e funzionale, ma anche giuridica ed istituzionale: a nessuno verrebbe in mente di dire che le Università o gli Enti di Ricerca sono “Uffici Periferici” del MIUR; lo stesso deve essere per le scuole autonome.

Attenzione: non si vuole negare che ci debba essere un rapporto tra MIUR e Scuole Autonome, che del resto esiste anche per gli altri enti sopra citati, ma deve essere un rapporto non di dipendenza, ma di indirizzo, controllo, valutazione, come appunto avviene oggi per le Università o gli Enti di Ricerca.

Si potrebbe obiettare che la “dimensione organizzativa” di una scuola autonoma non è paragonabile a quella di un’Università, che può benissimo fare da sola, mentre la scuola autonoma no; c’è quindi bisogno dell’amministrazione periferica del MIUR che si occupi delle scuole da un punto di vista amministrativo e gestionale, almeno per quanto le scuole non sono in grado di fare da sole.

Il DDL ci viene però anche qui incontro, in linea con un nostro vecchio cavallo di battaglia: l’istituzionalizzazione dell’associazionismo delle scuole.

Il comma 2 del medesimo articolo 8 stabilisce che “le unioni, le associazioni e i consorzi” formate unicamente da Enti ricompresi in una delle lettere sopra citate, “rientrano a loro volta nella relativa definizione”; tradotto in italiano: non c’è alcuna differenza giuridica tra una scuola autonoma e un’associazione o consorzio di scuole.

Se così è, a cosa serve l’Amministrazione periferica del MIUR? Può benissimo essere sostituita dalle scuole autonome in forma associata, che potrebbero così anche pienamente sviluppare la dimensione del rapporto tra didattica e realtà territoriale nei suoi diversi aspetti.

Naturalmente, nessuno vuole licenziare il personale dell’Amministrazione periferica del MIUR: potrebbe essere assegnato alle nuove forme di autonomia territoriale; se poi emergesse che è possibile fare qualche risparmio, non crediamo che il Ministro Padoan ne sarebbe dispiaciuto.

Se le notizie per quanto riguarda il livello istituzionale sono senz’altro positive, senza peraltro dimenticare che siamo al livello di enunciazioni e di principi, per quanto riguarda la dirigenza il discorso è ben diverso.

Il DDL all’art. 10 prevede l’istituzione del “sistema della dirigenza pubblica”, il cosiddetto “ruolo unico", peraltro articolato in tre settori:

-        - dirigenti dello Stato

-        - dirigenti delle Regioni

-        - dirigenti degli EE.LL.

Si tratta di un’articolazione inevitabile, che rispecchia l’assetto costituzionale della Repubblica, che si articola appunto in Stato, Regioni ed Autonomie Locali.

Il DDL precisa che nei ruoli della Dirigenza dello Stato non confluisce la Dirigenza Scolastica, così come nei ruoli dei Dirigenti delle Regioni non confluisce la dirigenza medica e la dirigenza tecnica del SSN.

Dato che non si dice niente altro, si presuppone che Dirigenti Scolastici e i Medici rimangano dei corpi a se stanti: la versione aggiornata della “riserva indiana”? Eppure il DDL prevede che nel ruolo dei dirigenti statali siano istituite “sezioni per le professionalità speciali”; perché i dirigenti scolastici non vengono almeno inseriti in queste “sezioni”? La specificità colpisce ancora?

Il bello, o meglio il brutto, è che i sindacati rappresentativi di categoria non dicono niente, sono cioè d’accordo; nelle Confederazioni il peso degli altri settori è preponderante, sono loro che comandano e a poco giovano i piagnistei di qualche Sindacato o Confederazione in via di estinzione.

Se dalla categoria non usciranno proposte forti, non si andrà da nessuna parte e, a nostro avviso, la proposta sulla dirigenza non può prescindere dal nuovo assetto del sistema di istruzione di cui abbiamo parlato in precedenza.

Per essere realistici, inoltre, non si può far finta che non esista il problema della specificità, la politica dello struzzo non porta lontano.

Cominciamo dalla specificità, che può avere due aspetti.

1-Non tutte le funzioni sono uguali; se per esercitare la funzione è richiesto il possesso di conoscenze specialistiche, come può essere il caso degli ispettori tecnici nella scuola (Se un docente sa insegnare o no il greco lo deve stabilire qualcuno che conosce il greco a menadito), bisogna istituire delle “sezioni speciali” nell’ambito del ruolo unico, come correttamente fa il DDL.

2-Non tutti gli uffici sono uguali; ce ne sono alcuni che sono a diretto contatto con l’utenza ed altri che svolgono funzioni di supporto, di indirizzo e controllo degli uffici di “prima linea”; a volte, inoltre, questiuffici di prima linea richiedono conoscenze specialistiche.

Per capirsi: per stare in una scuola bisogna saper insegnare e programmare la didattica, sapere come gestire l’handicap e come inserire gli alunni stranieri; del pari, in un reparto ospedaliero di oculistica è evidente che ci debbano essere degli specialisti.

La nostra proposta è che nel ruolo unico della Dirigenza dello Stato siano previsti tre livelli di responsabilità dirigenziale, a seconda del livello degli uffici:

1-Uffici di diretto contato con il pubblico, cioè le scuole; qui vale la specificità, anche nella modalità di accesso

2-Uffici di gestione del sistema sul territorio, che, come detto, nella nostra concezione per quanto riguarda il sistema di istruzione devono assumere la forma di associazione tra scuole e avere la veste giuridica di un’Agenzia di cui al D.Lgs 300/1999

3-Uffici di vertice, costituiti dai livelli direttivi dell’Agenzia di cui al punto precedente e che dovranno prendere il posto degli attuali USR; allo stesso livello vanno collocate le Direzioni Generali del MIUR.

I dirigenti scolastici, inquadrati anche loro nel ruolo unico come sezione speciale, devono poter passare dal primo al secondo e al terzo livello, così come gli uffici di secondo e terzo livello devono essere aperti alla “circolazione dei dirigenti” del ruolo unico.

La nostra proposta, così formulata, non risolve il problema della sperequazione retributiva dei dirigenti scolastici (Il primo livello) che può essere risolta solo stanziando adeguate risorse, magari come contropartita di un aumento delle dimensioni delle scuole autonome (2.000 alunni?), ma crea una prospettiva di carriera anche per i dirigenti scolastici; oggi la vera riserva indiana è costituita dal fatto che un dirigente scolastico è tale a vita, una specie di condanna all’immobilismo che umilia i diretti interessati e di certo non giova alla funzionalità del sistema.

Inoltre, non esistendo più la differenziazione della dirigenza tra prima e seconda fascia, sarà appunto il livello di complessità degli uffici a determinare il livello delle retribuzioni dirigenziali e, di certo, la scuola è un “ufficio molto complesso”.

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