ACCOMPAGNARE GLI STUDENTI FUORI DALLA SCUOLA. IL MINISTRO E LA CASSAZIONE

Scritto da Pietro Perziani on . Postato in Amministrazione Scuola

ACCOMPAGNARE GLI STUDENTI FUORI DALLA SCUOLA

IL MINISTRO E LA CASSAZIONE

di

ROBERTO TRIPODI

È necessario fare chiarezza sul reale significato della sentenza n. 21503 del 2017 della Suprema Corte di Cassazione, terza sezione civile, che preoccupa non poco i docenti e i presidi italiani e rispetto alla quale il ministro Fedeli ha rilasciato dichiarazioni superficiali che fanno sospettare che non abbia studiato appieno la sentenza.

È bene chiarire preliminarmente che, con la propria sentenza, la Cassazione non stabilisce un principio, né afferma che i minori debbano sempre essere consegnati ai genitori al termine delle lezioni. La Cassazione si limita a respingere il Ricorso del MIUR avverso la sentenza di appello che condannava il MIUR stesso al pagamento del danno, nella misura responsabile del 40%, per la morte di uno studente undicenne investito mentre si apprestava a salire sullo scuolabus.

L’incidente si era verificato nel 2003, il Tribunale di primo grado di Firenze aveva attribuito la responsabilità e il danno al Comune e al MIUR nella pari misura del 40% e alla preside e alla docente dell’ultima ora, nella restante misura del 20%. Il procedimento penale a carico della preside e della docente, invece si era esaurito per prescrizione dei termini.

I genitori ricorrevano in appello chiedendo che venisse corrisposta una somma maggiore per il danno subito e la Corte d’Appello di Firenze, con sentenza 1052 del 20 giugno 2014, aumentava in effetti lievemente la somma da corrispondere ai familiari a titolo di danno. Il MIUR ricorreva in Cassazione.

Dalla sentenza apprendiamo che il Regolamento d’Istituto prevedeva all’articolo 3 che “non doveva essere interrotta la vigilanza nella scuola fino all’affidamento dei minori al personale di trasporto o, in mancanza di questo, a soggetti pubblici responsabili”. Nel caso in specie invece i ragazzi appena usciti dalla scuola sarebbero stati lasciati liberi sulla strada pubblica in attesa dello scuolabus.

Sbaglia quindi il ministro quando dice “Presidi e professori se ne facciano una ragione, devono consegnare i minori ai genitori”. La Cassazione si riferisce infatti al caso specifico di contraddizione tra quanto previsto dal Regolamento interno e il comportamento dell’istituzione scolastica.

Un riferimento alla vigilanza è presente nell’art.10 lettera a) del Testo Unico delle disposizioni vigenti in materia di istruzione n.297/94 in cui si prevede che il Consiglio di istituto delibera sull’adozione del regolamento interno che "deve stabilire le modalità per la vigilanza degli alunni durante l’ingresso e la permanenza nella scuola, nonché durante l’uscita dalla medesima ".

Il personale insegnante viene considerato responsabile del danno sofferto dal minore (anche se riconducibile a se stesso) in caso di violazione dell’obbligo di vigilare sull’incolumità fisica degli allievi, obbligo rinvenuto, per gli insegnanti statali, nella normativa di settore (artt. 350 R.D.1297/1928 e 39 R.D.965/1924 - ora non più applicabili) o comunque scaturente dall’affidamento dei minori all’istituzione scolastica.

L’art. 61 legge 11 luglio 1980 n. 312 stabilisce che nel caso in cui l’Amministrazione "risarcisca il terzo dei danni subiti per comportamenti degli alunni sottoposti a vigilanza", la responsabilità patrimoniale degli insegnanti è limitata ai soli casi di dolo e colpa grave. Esso prevede che, salvo rivalsa nelle suddette ipotesi di dolo o colpa grave, l’amministrazione si surroga al personale "nelle responsabilità civili derivanti da azioni giudiziarie promosse da terzi ".

Nell’ipotesi di responsabilità per culpa in vigilando gli insegnanti statali non rispondono più personalmente verso terzi, rispetto ai quali risponde invece direttamente l’Amministrazione su cui viene a gravare la responsabilità civile nelle azioni risarcitorie, salvo rivalsa dello Stato nei confronti dell’insegnante in caso di dolo o colpa grave .

Non prendendo in considerazione l’ipotesi del dolo, in cui il docente abbia previsto e voluto l’evento dannoso come conseguenza della propria azione od omissione, la giurisprudenza considera colpa grave "una vasta ed evidente difformità tra l’atteggiamento tenuto e quello doveroso, vale a dire una particolare spregiudicatezza, una massima imprudenza ed inammissibile negligenza del comportamento del dipendente" (Corte Conti sez. II, 3 aprile 1989 n. 63)

L’art. 61 ha apportato una modifica sul piano processuale, escludendo l’azione di danno diretta nei confronti del personale insegnante, con la sostituzione ad esso dell’amministrazione, quale soggetto passivo dell’azione risarcitoria. Non altrettanto pacifica risulta la recente interpretazione giurisprudenziale che vede in esso il superamento della responsabilità aggravata connessa alla presunzione di culpa in vigilando (Cfr. Cassazione civile Sez. Un., 11 agosto 1997, n. 7454).

L’esame delle decisioni giurisprudenziali conferma una zona di incertezza giuridica, in quanto non c’è unanimità di vedute sull’applicabilità agli insegnanti della presunzione di colpa di cui all’art. 2048, 3 comma, c.c., che, secondo un orientamento, sarebbe superata dalla lettera dell’art. 61 della legge 312\1980. Vi è contrasto circa l’ambito di applicazione del menzionato art. 2048 c.c., se cioè lo stesso ricomprenda o meno anche i danni che l’allievo cagiona a se stesso, ipotesi quest’ultima che alcuni considerano sotto l’operatività dell’art. 2043 c.c., con il ripristino dell’onere probatorio a carico del danneggiato. Su quest’ultimo punto si auspica che facciano chiarezza le Sezioni Unite della Cassazione, già chiamate a risolvere il contrasto all’udienza dell’8.2.2002, ma che non si sono mai pronunciate in merito.

Auspicabile sarebbe un intervento del legislatore teso a chiarire definitivamente il concetto di minore non autosufficiente, che potrebbe estendersi agli studenti della prima classe della scuola secondaria di 1° grado e quindi che non abbiano ancora compiuto il 12° anno d’età, e quello di minore autonomo, che frequenti a partire dalla seconda classe della scuola secondaria di primo grado e che abbia compiuto il 12° anno d’età.

Va ricordato inoltre che il CCNL impedisce che al docente siano imposti servizi al fuori dell’orario di lavoro contrattuale.

Quale dunque il luogo e il tempo della vigilanza da parte dell’istituzione scolastica nei confronti degli studenti?

Appare evidente che la vigilanza non possa applicarsi che all’interno dei locali scolastici, all’interno dell’orario scolastico, e nel corso di attività didattiche programmate come visite d’istruzione, alternanza scuola lavoro o altro.

Poiché i continui tagli al personale ATA, in particolare relativi ai collaboratori scolastici, non permettono materialmente una continuità di vigilanza sull’allievo, per esempio durante il periodo di ricreazione o durante il cambio dell’ora con il conseguente trasferimento dei docenti da un’aula all’altra, risulta necessario che il legislatore introduca la corresponsabilità del comportamento dello studente e dei genitori per quanto attiene la culpa in educando, per evitare che il problema non sia affrontato nella sua entità e che del preside o del docente si faccia un mero capro espiatorio.

Una particolare attenzione va infine dedicata al Regolamento Scolastico che deve stabilire le modalità per la vigilanza degli alunni durante l’ingresso e la permanenza nella scuola, nonché durante l’uscita dalla medesima. Tali modalità non possono essere generiche, devono essere definite nel rispetto della legge e del contratto di lavoro del personale. Nel caso in esame il Regolamento approvato dalla istituzione scolastica fiorentina era estremamente superficiale e la Magistratura, nei tre gradi di giudizio, non poteva decidere diversamente.

Roberto Tripodi

Cell 3473904596

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