UNA QUESTIONE DI STILE

on . Postato in Autonomia scolastica

 

UNA QUESTIONE DI STILE

di

ALESI GIUSEPPE 

“Non ti manchi mai la gioia” Vito Mancuso

 

Negli anni ottanta ho avuto il piacere di essere impegnato, quale cultore della materia, presso la Università di Roma, cattedra di Psicopatologia generale e dell'età evolutiva, titolare il Prof. Marco Cecchini, eccellente clinico e ricercatore.

E' stata una esperienza particolarmente formativa che porto nella mente e nel cuore.

Si condussero all'epoca lavori di ricerca sui ritardi mentali, nella convinzione poi confermata che anche in situazioni gravi quali la sindrome di Down, l'ambiente educativo, l'inserimento scolastico precoce già dal nido e l'ambiente familiare accogliente e stimolante contribuissero a migliorare stabilmente le condizioni generali e il QI dei bambini affetti da ritardo mentale.

Le ricerche a cui partecipai testimoniarono in modo evidente che per i bambini disabili mentali fosse estremamente fruttuoso uno stile educativo analogo a quello dei bambini normali, riducendo al minimo la preoccupazione protettiva degli adulti, portati in genere ad interventi sostitutivi tesi ad evitare ipotetici pericoli, sottovalutando per eccessiva prudenza le reali possibilità dei figli.

Per altro l'accentuato protezionismo assecondava un graduale pernicioso isolamento che nel tempo procurava un significativo deterioramento sul piano mentale e in alcuni casi persino l'insorgenza di atteggiamenti stereotipati e psicotici.

Le indagini avvaloravano le forti critiche mosse alle famigerate istituzioni speciali dove erano spesso reclusi, in pessime condizioni, bambini con problemi di varia natura e gravità e talora semplicemente irrequieti.

Le critiche non erano soltanto di tipo morale ma, con la mistificante logica “per loro necessitano cure speciali” si realizzava un allontanamento, un isolamento, un confronto unicamente con altri bambini problematici, sostanzialmente un abbandono che aggravava le condizioni fisiche e mentali. Il lavoro di ricerca si concentrò sempre più, valutando l'importanza della qualità del contesto educativo, sull'analisi delle relazioni primarie, con i genitori in particolare. sull'osservazione dei momenti considerati, sul piano psicologico, sensibili come quelli delle cure più intime, l'allattamento e le pulizie personali, di norma momenti di gioco e di gioia.

Agli studenti che chiedevano la tesi per la laurea era obbligo effettuare una esperienza di full immersion in un contesto familiare, genitori anche con più di un figlio piccolo, con il compito di guardare e filmare le relazioni intercorrenti verbali e non, senza interventi di qualsivoglia natura.

Le riprese venivano successivamente analizzate con cura in università.

Lo studio dei filmati mise in luce una relazione non verbale straordinariamente ricca, già in tenera età, densa di significati, di intese, di risposte, di rinforzi, di assenzi sottili di estrema efficacia. La fitta trama, specialmente in presenza di più bambini, evidenziava un elevato grado di competizione tesa ad accaparrarsi le attenzioni e le cure materne prima degli altri. Una semplice occhiata, un sorriso, un gesto rappresentavano messaggi e risposte, spesso vincenti, per i bambini più intraprendenti e tali da mettere ai margini, chi non riusciva, chi conseguentemente, in definitiva, riceveva minori riguardi e cure. Tutto accadeva, anche per gli adulti, in modo inconsapevole, nei piccoli probabilmente perché legato agli innati meccanismi genetici preposti a garantire il cibo, la sopravvivenza quando si è particolarmente dipendenti e vulnerabili.

Le ricerche condussero alla conclusione che un idoneo ambiente educativo, buone relazioni nei contesti familiari, l'inserimento precoce nella scuola, la normale vita come gli altri, erano presupposti per una crescita armonica e positiva di tutti e migliorava persino le condizioni dei bambini con disabilità anche grave, come i Down, in modo significativo e persino stabile, superando i risultati ottenuti con gli interventi strutturati, ripetitivi, i cui esiti non apparivano così stabili nel tempo*.

Le preferenze degli adulti, della madre in particolare, in presenza di più figli piccoli, risultavano presenti, non sempre ragionate e così palesi, ma appariva evidente il fatto che gli intraprendenti sembra fossero più graditi alle madri e ricevano, in genere, più attenzioni, “più cibo” anche psicologico. In definitiva i più svegli diventano anche più forti e sono quelli che garantiscono il successo della procreazione, la discendenza. Accade così anche nelle nidiate. Il temperamento più pronto si fa largo tra i concorrenti, escogita strategie per accattivarsi maggiori attenzioni, è in grado di cogliere più facilmente il momento giusto, potremmo dire che è un vero egoista.

La relazione è quindi un fenomeno molto complesso, già in tenera età, si protrae per tutta la esistenza e si articola, da grandi, in tante sfumature nel rapporto con gli altri, assume tipicità di ruolo sociale, genitori e figli, suocere e nuore, nonni e nipoti, insegnanti e alunni, impiegato e capoufficio.

E' espressione del proprio modo di essere, del proprio stile, quello che nel tempo ha dato migliori risultati, comunque è linguaggio del personale mondo affettivo.

La vita nel suo complesso è tutta una storia di relazioni. Si relazionano individui molto diversi tra loro, con esperienze educative difformi, particolari, che hanno assunto caratteristiche, idee, convinzioni e modi di rapportarsi e comportarsi tipici di un contesto educativo, sociale e familiare, diventati poi specifici, affinati dalle esperienze individuali.

Si può per tanto essere aperti e sorridenti verso gli altri, guardinghi, diffidenti, accorti e cauti, trascinanti e invadenti in ragione di come siamo stati educati, degli esempi avuti, delle nostre disavventure personali. Sondiamo frequentemente il terreno per assicurarci che l'altro non sia minacciante, trasmettiamo a nostra volta messaggi di pace o viceversa che con noi non si scherza più di tanto. I saluti e i sorrisi, l'augurio di buona giornata, sono di rito quando incontriamo persone mai viste passeggiando nei boschi, normalmente non lo si fa in città, dove si ritiene di essere più sicuri, rassicurati dalle tante presenze.

Medico e paziente assumono i rispettivi ruoli nello studio medico ma ben diverso, perché paritario, è il loro comportamento se i due s'incontrano come genitori nella scuola calcio dei loro figli.

Quando si è molto diffidenti, concentrati su se stessi, si dà ben poco confidenza, si rimane incentrati rigidamente sull'Io e sul ruolo, specie se questo offre una posizione di riguardo o di comando, in tali circostanze accade spesso che l'altro finisca con l'essere di sfondo, riceve un ascolto molto superficiale e anche distaccato, è considerato in genere poco rassicurante, possibile portatore di inattese sgradevoli sorprese, comunque un concorrente, come da piccoli.

La relazione allora risulta stringata, essenziale, poco stimolante, anche autoritaria, ci interessano ben poco le altrui opinioni, figuriamoci poi, essere empatici, mettersi nei panni altrui per capirne i punti di vista.

E' opportuno rammentare, per concludere, che accanto all'ampia categoria della normalità esiste una parte di relazioni da definire patologiche, quelle, per intenderci, che debordano con frequenza in sopraffazioni, risse, in violenze di varia natura e una non certo trascurabile parte da considerare bordo linea.

Tutti gli stili relazionali buoni o cattivi che siano traggono la loro natura dalle prime esperienze relazionali, dai forti insegnamenti a essere diffidenti, dalla paura di fare brutti incontri, di essere minacciati, dalla capacità di contenimento della naturale competizione, aggressività che il vivere in società ha notevolmente messo sotto controllo.

A SCUOLA

La scuola, pur parlando spesso dell'importanza di creare buone relazioni con gli alunni, l'ha frequentemente trascurata, in passato, semplicisticamente perché si riteneva che comunque i bambini fossero bambini, biondi o bruni, alti o bassi, sempre bambini, da mettere in riga da subito. Le diversità in definitiva non avevano alcuna rilevanza, tranne quelle troppo vistose che la scuola non la frequentavano. Tutti dovevano, a prescindere, far propria una immagine di alunno ideale, buono, obbediente e rispettoso e anche studioso, più si era vicino a quell'alunno ideale, maggiormente si ricevevano approvazioni, voti positivi e successo scolastico.

Essere irrequieto, poco obbediente, non aver freni, significava, essere maleducati, ricevere spesso richiami, sanzioni, essere allontanati, sorte più o meno simile toccava a chi si presentava sciatto, poco curato e magari con i “capelli rossi”.

Da sempre nelle scuole si è parlato di alunni, unico ombrello sotto cui tutti i bambini e le bambine dovevano riconoscersi, si riteneva utile omologare, rendere tutti uguali con i grembiuli e il fiocco bianco per i maschi e rosa per le femmine, apparentemente nulla di male, soltanto ossessiva ricerca di controllo, di ordine e armonia. Gli alunni erano semplicisticamente suddivisi in buoni e cattivi, i buoni erano coloro che si integravano rispettosi e disciplinati, gli altri, come Lucignolo, che non ne volevano sapere per nulla, erano da mandar via con le buone, “lo studio non fa per te!”, o con le cattive, note, espulsioni e bocciature, comunque costoro erano assolutamente da non frequentare e imitare, perché cattivi esempi. Difronte a qualche critica per eccessiva rigidità, le risposte di docenti erano di solito: “Faccio l'insegnante e non posso interessarmi dei problemi di tutti gli alunni della mia classe”

Non sono uno psicologo e poi il programma non riuscirei a svolgerlo!” Era un dire frequente non molto tempo fa, lo è per una buona parte ancora oggi. E visto che oggi anche “agitati e molesti” ci devono essere, lo dice la Costituzione, si invocano con frequenza da parte degli insegnanti gli specialisti che si facciano carico di “chi zoppica”, di chi comunque dà problemi, così anche per le tante educazioni aggiuntive non ritenute strettamente legate alle tradizionali materie d'insegnamento.

La relazione con i riottosi è sempre stata difficile e talora disarmante e pochi per il vero da sempre ci hanno più di tanto “perduto tempo”, quando alla fine qualche insegnante illuminato lo ha fatto, la soddisfazione per il successo è stata veramente tanta e ripagava i fallimenti, lo scoramento, l'impegno profuso. Non di rado era stato un semplice sorriso, una piccola attenzione, un mutamento nella relazione a determinare il cambio di rotta. Un semplice stile diverso da quello delle bacchettate sulle mani di un tempo che servivano a far rispettare velocemente le regole di vita, magari spesso senza che il reo ne capisse il perché.

Una scuola maggiormente attenta alle diversità, ai singoli, si è imposta gradatamente a partire dagli anni settanta e con molta fatica, perché forti le resistenze: “E inutile portarsi dietro le zavorre!”.

Oggi il concetto dell'inclusione, di una scuola che abbraccia tutti e aiuta a raggiungere la più alta formazione possibile, è un dato di fatto anche se non sempre le cose sono così agevoli. Non di rado, infatti, a dirla tutta, rincorrendo i più deboli e problematici, si sono sacrificati gli alunni migliori e dimenticati quelli con una marcia in più, le eccellenze.

Certo è da veri artisti saper essere vicini ai bravi, aiutare i meno brillanti e misurarsi con quelli che non sentono ragione di sorta. E' difficile creare intimità, avvicinarsi anche fisicamente a coloro che sono poco simpatici, che ne fanno di tutti i colori, ai disabili, è impegnativo il lavoro di insegnante, così diventa veramente molto faticoso.

Non è per nulla facile far tacere la ragione del vecchio ruolo di insegnante, permettere più spesso ai sentimenti e alle emozioni di fluire liberamente, non è agevole far primeggiare i silenzi, le intime riflessioni, parlare sottovoce e ascoltare Lui che parla. Bisogna essere insegnanti veramente speciali, veri Maestri, con caratteristiche e attitudini straordinarie tali da trascinare e dare entusiasmo, anche a chi non ne ha per nulla. Educare, dal latino educere, significa trarre fuori quel tanto di positivo e di originale presente in ciascun alunno e questo è compito più arduo, vuol dire aver fiducia nell'altro.

Significa saper accogliere, cedere spazio, avere uno stile relazionale e comunicativo non comuni, che conosca e pratichi la forza dell'empatia che si sforzi di educare più che istruire, che continui e sostenga l'analoga attività familiare.

Ancora troppo spesso si preferisce curare la formazione cognitiva, il sapere, le conoscenze, trascurando le competenze emotive e relazionali, Ignorando che la scuola educa a stare insieme ed è un eccezionale palestra di relazionale che dovrebbe praticare la “pedagogia della gioia”**, dove si apprende a stare bene con gli altri, da soli con se stessi, che insegni a parlare con proprietà di linguaggio e anche a tacere ascoltando, con gioia, in silenzio chi sta parlando, a riflettere e a ragionare con piacere.

“Voglio che non ti manchi mai la gioia. Voglio, però, che ti nasca in casa e ti nascerà, se sorge dentro di te” ***

Quindi la gioia di vivere non è comprabile, è un saggio e fantastico stile di vita che si costruisce per gradi attraverso le relazioni con Maestri eletti, genitori inclusi, che educano alla conoscenza, ci liberano dalla trappola della caverna di platonica memoria, ci insegnano a scrutare in noi stessi, ad amarci, a cercare il confronto, il piacere e la gioia di vivere con gli altrui.

*Giuseppe Alesi, Indagine sullo sviluppo intellettivo e sociale dei soggetti affetti dalla sindrome di Down..., Sindrome Down notizie, n.1, 1990

 

**Vito Mancuso, Non ti manchi mai la gioia, Garzanti, 2023

***Seneca, Lettere morali a Lucio, Classici Mondadori

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