INUTILI RIFLESSIONI ESTIVE SULLA SCUOLA

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INUTILI RIFLESSIONI ESTIVE SULLA SCUOLA

di

Giuseppe Alesi

Ritengo opportuno spendere ancora due parole su questo benedetto mondo della scuola su cui, di tanto in tanto, si accendono i riflettori, vedi l' emergenza sanitaria che ha imposto severe chiusure e una forzata scuola a distanza, un tantino improvvisata.

Lo faccio ormai con notevole distacco, sono uscito dal pantano scuola già da tempo ma, purtroppo, ancora ci sono in me i residui di una dipendenza dura a morire.

Da sempre le ipotesi di innovazione del sistema scolastico sembrano incentrate unicamente sul problema del reperimento di risorse aggiuntive, necessarie ad esempio per assumere nuovo personale o per sistemare gli edifici obsoleti e spesso privi dei documenti relativi alla sicurezza; alla qualità non si fa cenno o si ritiene che una maggiore disponibilità economica si traduca di per sé in migliore qualità.

Le cose non sono così scontate.

Indiscutibile è il fatto, ad esempio, che sulla ricerca nel nostro paese si investa poco ed è altrettanto vero che essa venga gestita talora un tantino in forma clientelare, che si caratterizzi per essere sparpagliata in mille rivoli, priva di una regia complessiva ben orientata.

Cerchiamo di fare il punto dei problemi strutturali della scuola, da anni non affrontati.

La grande novità anni 2000, “inserita in Costituzione”, dell'autonomia scolastica è rimasta lì incompiuta, tra non poche contraddizioni, incongruenze e polemiche, tutte politiche; da una parte l’idea una scuola tutta statale “pura”, come mamma l'ha fatta, dall'altra quella di una “scuola azienda”.

Due estremizzazioni, ben lontane da quello che dovrebbe essere il modello di una istituzione realmente autonoma, che si moduli e diversifichi in ragione delle locali esigenze formative, sia territoriali che dell'utenza, all'interno di una cornice generale che fornisce le finalità generali in ambito di istruzione e formazione ( Indicazioni Nazionali 2012).

In definitiva non si sa, in parlamento non se ne è mai discusso per le troppe le divergenze, quale tipo di scuola realmente si voglia: manca una visione condivisa, anche a livello di opinione pubblica, a partire dalle famiglie.

La scuola andrebbe sgombrata da una quantità enorme di stupidità accumulate, opportunisticamente e non, nel corso del tempo: vedi le graduatorie per le supplenze, i numerosi docenti precari, i mega concorsi, sia per docenti che per dirigenti scolastici, con lungo strascico di contenzioso in cui l'amministrazione è in genere perdente .

Le diverse visioni di scuola non hanno mai trovato una convergenza, è come essere laziali o romanisti, e così, democraticamente, per tirare a campare, complici le sigle sindacali che nella scuola sguazzano da sempre, convivono vecchie abitudini e riti senza di cui sembra non si possa fare a meno: la campanella, le note disciplinari, le interrogazioni e i voti sostituiti talora dai giudizi a seconda della stagione.

Qualche novità viene introdotta dal basso con poca convinzione e altrettanto poco seguito, come le classi capovolte o altre lodevoli iniziative che comunque non mutano, più di tanto, l'assetto generale.

Anche l’emergenza sanitaria non ha portato ad alcuna innovazione strutturale, ci si è persi tra banchi a rotelle e didattica a distanza.

Nel frattempo stanno lì i vecchi organi collegiali dei Decreti Delegati del 74, che dovevano assicurare partecipazione e progettualità, la cui riforma è ferma da anni, spesso i conflitto con una Dirigenza Scolastica, frutto dell'idea di decentramento del Ministro Bassanini, che rimane priva nei fatti di poteri decisionali e di ogni possibilità di dare slancio e creatività.

La figura dell'ex Preside, che una certa visione politica non desidera che decolli, appare appesantita soltanto da innumerevoli incombenze e responsabilità burocratiche che ne hanno snaturato persino il suo ruolo iniziale di garante educativo.

E' pure difficile capire poi che razza di Dirigenti siano quelli scolastici, bisognerebbe fare un quesito alla Corte Costituzionale o alla Giustizia europea per comprendere sino in fondo la loro natura.

La specificità rispetto a tutti gli altri Dirigenti dello Stato, rivendicata all’inizio da molte forze sindacali e politiche, si è tradotta in un accumulo di responsabilità senza contropartita: i Dirigenti Scolastici sono datori di lavoro, responsabili della sicurezza e sostituti d'imposta, ma la loro retribuzione è molto più bassa rispetto agli altri Dirigenti della medesima amministrazione statale. Cosa poi di non minore conto è la questione dei docenti, tutti laureati, pagati poco, in compenso ricchi di unici privilegi, intoccabili, con orari di servizio alquanto discutibili, ma di cui nessuno parla, perché così fa comodo.

La possibilità di carriera per loro è fare per concorso il Dirigente Scolastico o l'Ispettore, ma non certo il Dirigente Generale.

Il sistema istruzione nel suo insieme è poi gestito da una macchina burocratica, il Ministero della Pubblica Istruzione, costituito da personale amministrativo non appartenente al mondo scuola, impiegati e dirigenti di prima e seconda fascia, ben sette Dirigenze generali centrali e per completare il quadro un Dirigente generale per ogni regione, o quasi.

Per quale ragione non si potrebbe pensare, in un riassetto generale, di prevedere che tali incarichi regionali vengano affidati ai Capi D'istituto? Certo si tratta di togliere spazi alle alte sfere amministrative e questo non è facile! L'alta dirigenza statale è una casta di peso e valore, senza di loro i politici non saprebbero dove mettere le mani.

Avviare una riforma strutturale è certamente compito complesso, ma non impossibile, bisognerebbe ritenerlo politicamente importante! Si tratta di smontare un sistema centralizzato sostanzialmente di impostazione sabauda, non più idoneo ad affrontare la realtà in un epoca dinamica e di forte globalizzazione.

Sarebbe auspicabile che tutti i Dirigenti provenissero dal mondo della scuola, anche quelli con qualifica Generale e si dovrebbero sciogliere i nodi che vincolano le scuole autonome, già trasformate in entità giuridiche, ma prive di competenze fondamentali; bisognerebbe lasciarle libere di assumere, secondo le esigenze, Docenti e Dirigenti con profilo professionale di livello, con l'abolizione di concorsi nazionali che sono da ritenere ormai fuori da ogni logica.

Purtroppo della scuola rimane soltanto una inattuale ottocentesca visione romantica, che sarà travolta, come già sta accadendo, dall'incalzare degli eventi, che richiederebbero giovani competenti e capaci di affrontare le sfide di un domani sempre più competitivo, interconnesso e tecnologico.

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