QUATTRO NOCI IN UN SACCO

on . Postato in Autonomia scolastica

QUATTRO NOCI IN UN SACCO

di

GIUSEPPE ALESI

E' prudente con umiltà vivere anche con i piedi per terra”

Nell'ultimo intervento di Febbraio avevo espresso qualche perplessità sulla eccessiva sicurezza, la supponenza, una dose eccessiva di “strafottente irragionevole onnipotenza” che da un bel po' di tempo si nota in giro. A queste si assommano una leggerezza stupefacente, una superficialità che, per chi come me ha qualche anno, lascia senza parole, e in aggiunta, un vocio senza limiti dove ognuno, democraticamente, dice la sua, spesso senza un minimo di competenza e lo fa pure con convinzione e veemenza.

Non c'è regola che regga, “taccia l'incompetente!”, ma va! Siamo tutti esperti!

Ogni cosa è discutibile ed è molto difficile, pertanto, trovare punti fermi e convergenze, è dominante una generale spocchiosa arroganza a sostegno di molteplici verità ritenute quasi evangeliche, spesso solo di parte e dettate dall'appartenenza a questo o quel partito.

Eppure ne abbiamo prova evidente, in questi drammatici giorni di epidemia, di come in un baleno tutto venga travolto, trascinandoci in un vortice di angoscianti incertezze e paure dimenticate, che ci hanno colpito impreparati e stupiti, cancellando d'un tratto ogni sorta di stolta ostentata onnipotenza. Un nemico invisibile e insidioso ci ha resi, in poco tempo, un attimo, più realisticamente ciò che siamo, poca cosa come avrebbe detto il buon Pascoli, appena il rumore di “quattro noci in un sacco”.

Anche in siffatta drammatica e dolorosa evenienza, che imporrebbe un doveroso e rispettoso silenzio per i tanti lutti, il vocio è assordante, tutti parlano e senza alcun limite, i tanti presidenti di cui l'Italia democratica va fiera, fanno gara di sconcertante protagonismo.

Per amor del cielo, non è mio intendimento fare semplicemente la predica e fustigare i costumi, lamentarsi per i troppi incoronati che governano il nostro paese, questo è il momento che ci è toccato di vivere che, pur se migliore del passato, incute in molti sconcerto per tante “autorevoli” inconcludenti prime donne.

Gli infausti momenti che stiamo vivendo, ci dovrebbero riportare con i piedi per terra, far percepire forte il senso della finitudine e precarietà, dovrebbero darci la misura, invitarci al silenzio, all'unità e alla compattezza e invece il parlare è infinito e ognuno si sente autorizzato ad esprimere la sua discutibile verità e magari a fare di testa propria.

LO STILE DEL MOMENTO

Il diffuso benessere, legato alla maggiore disponibilità economica, sconosciuto ai più già cinquanta anni fa nel nostro paese e non soltanto, l'assenza di conflitti quantomeno in occidente, hanno ingenerato sicurezze eccessive e nel nostro paese un proliferare di improvvisati soloni. Nei più si è formata la convinzione che con smartphone e internet si possa tenere sotto controllo ogni cosa e che l'esistenza si possa consumare essenzialmente tra palestre, canti, balli, happy-hour, apericene, spritz e scuole di cucina.

Particolarmente nei più giovani e tra i giovani ormai, a pieno titolo, da qualche tempo si annoverano anche i sessantenni e oltre, quelli presi da sacro foco, il senso del limite sembra non esista più, tutti aspirano ad essere belli, si sentono tali, invincibili ed eterni.

E malgrado il vivere quotidiano, scandito ritualmente dai tanti auguri di buongiorno, buona domenica, buon Natale, buon anno, e dato che ci siamo anche buon primo Maggio ecc., ecc. che da sempre ci scambiamo, non rispetti in genere i voti augurali, ci comportiamo con tanta imprudente disinvoltura.

E qualcuno argutamente, non a torto, visto come gli sono andate le cose, chiede pure scherzosamente di evitare per l'avvenire di fargli gli auguri.

La maggioranza semplicemente, per evitare eccessivi impegni mentali, si rifugge nel piacere dell'attimo, l'hic et nunc, qui e ora, ritenendo superfluo farsi tante domande.

Certo troppi interrogativi rompono l'incanto del momento e si rischia di perdere il piacere di vivere, di confinarsi in una paralizzante e tenebrosa costante melanconia ma, un minimo di equilibrio sarà pur necessario.

Non si può essere sempre previdenti, laboriose formiche, ma neppure irriducibili cicale costantemente canterine.

Accade così che, malgrado gli obblighi di premunirsi, si rimanga, per esempio, canticchiando da irresponsabili, senza le mascherine per affrontare l'emergenza pandemica.

Capita pure che malgrado gli intendimenti espressi e sbandierati di vicinanza e solidarietà, da minoranze, comunque, lodevolmente e realmente praticate, si palesino, nel quotidiano, più frequentemente indifferenza, egoismo, solidi egocentrismi che, al di là delle apparenze, si esprimono anche nell'ambito educativo, sia a casa che a scuola.

Le realtà familiari sono notevolmente mutate in questo ultimo mezzo secolo, sono per lo più costituite da tre componenti, madre, padre, figlio, rara la presenza degli anziani, custoditi in genere da badanti o tenuti negli ospizi spesso come stracci inutili e dimenticati.

In compenso sembra ci siano nelle case italiane ben sessanta milioni di cani e non so quanti gatti, carezzati e vezzeggiati, con diete ben equilibrate, come bambini. I più ci dialogano amabilmente, a senso unico ovviamente e se un giorno dovessero, per disavventura, rispondere e lamentarsi dell'imbecillità dei loro padroni, verrebbero cacciati tutti a calci.

I legami affettivi, in genere, sono tenui, ognuno vive, nei fatti, quasi per se e i momenti d'incontro e di dialogo sono ridotti al minimo per mancanza di tempo e forse anche di volontà.

Non di rado ho avuto modo di sottolineare e non certo io solo, la povertà dei rapporti educativi fatti più di esteriorità che di sostanza. Paolo Crepet ha scritto un numero considerevole di saggi di successo su come nel rapporto genitori figli si manifesti, sempre più di frequente, una superficialità sconvolgente che lascia i giovani soli, privi di solidi riferimenti, e ancor più di buoni esempi.

Con i figli si parla ben poco, non c'è tempo, troppi gli impegni, spesso si antepongono agli affetti esigenze personali ritenute irrinunciabili, i padri sembrano diventate figure sbiadite e latitanti. In aggiunta, per aggravare il quadro, anche la scuola non manca di essere alquanto assente nel dialogo con i giovani.

Si dice che la scuola sia lo specchio della società, una società dove tanti invocano i diritti e ben pochi esercitano i doveri, affollata non da viandanti di spessore, saldi e fieri, ma figure tremule e pure presuntuose .

IERI

Gli attuali nonni, quelli che il Coronavirus ha falcidiato, sono cresciuti privi di smancerie eccessive, tra regole e vincoli non discutibili, educati con severità, a volte eccessiva, dettata anche dalle diffuse difficoltà economiche che esigevano, partecipazione, essere adulti il prima possibile e di contribuire già da piccoli al ménage familiare. Il dialogo con i più piccoli era pure allora molto ridotto, le chiacchiere non danno pane. La famiglia era numerosa, tutti vivevano in casa, ognuno aveva responsabilità e compiti, la comunità era la scuola dei bambini, lì si apprendeva cosa fare e come comportarsi. Fratelli e sorelle, nonni e nonne, suoceri e suocere, nuore e generi, particolarmente in campagna, convivevano tutti insieme secondo logiche gerarchiche non sempre facili da digerire e il matrimonio per le ragazze, in particolare, era visto come una liberazione, unica via di fuga. Ancora negli anni sessanta l'Italia era un paese essenzialmente di agricoltori, là già a dieci anni si lavorava nei campi e molti erano i bambini che non andavano a scuola.

Essere disimpegnati, alzarsi tardi la mattina, trastullarsi tra giochi e sollazzi vari, non era cosa socialmente apprezzabile e come tale nella maggioranza delle famiglie non concesso, deroghe, in ambienti meno disastrati, venivano ammesse se si studiava che, considerato comunque un lusso, comportava per l'interessato un doveroso impegno e un positivo risultato.

E' appena il caso di ricordare che dal 1961 al 1968, nel quadro della lotta all'analfabetismo, il maestro Manzi fece prendere la licenza elementare a circa un milione e mezzo di italiani con la trasmissione televisiva “Non è mai troppo tardi”, prima scuola a distanza. E' dello stesso periodo l'attività della professoressa Anna Lorenzetto contro il diffuso l'analfabetismo nel mezzogiorno d'Italia

Quasi niente di questo mondo è rimasto, fortunatamente, sarebbe comunque opportuno non dimenticarlo per non perdere il senso, che va trasmesso, del continuum e per non smarrire integralmente il significato della responsabilità e del dovere, per meglio apprezzare la fortuna di vivere le innumerevoli opportunità dei nostri giorni, negate a quanti ci hanno preceduto.

La responsabilità, il sacrificio, il senso del dovere sembrano valori poco praticati, da un bel pezzo si sente solo parlare di diritti, tra questi c'è quello di dire la propria, che dovrebbe essere preceduto però dal dovere di sapere di cosa si stia parlando.

Eccedere in leggerezza, disimpegno, disdegnando responsabilità e obblighi, significa ignorare di vivere in una società civile, maggiormente oggi che siamo immersi nella complessità di un mondo postindustriale globalizzato e dominato da Internet.

LO SPAZIO EDUCATIVO

Proviamo allora a stringere sul piano educativo se vogliamo che le nuove generazioni crescano con adeguato senso di appartenenza al bene comune.

Non può essere che tutto sia divertimento, gioco e continuo chiacchiericcio.

E allora siamo certi che un semplice:

”Ce la faremo!” e quattro canti siano sufficienti a condurci fuori da un accadimento così drammatico ?

Penso proprio di no!

Sono auspicabili, serietà e impegno, una profonda presa di coscienza, un generale cambio di rotta.

Il dovere, non può essere unicamente di chi si è prodigato lodevolmente nelle corsie degli ospedali, così senza protezioni rimettendoci la vita, anche per la stupidità improvvida di chi si è mosso con tanta leggerezza. E, per inciso, se non si passasse per essere semplicemente un popolo di mariuoli avremmo dall'estero quel rispetto che spesso ci viene negato.

Per questo è opportuno insistere nelle scuole ad educare a vivere responsabilmente con se stessi e con gli altri e a rimarcare che essere furbi non è una qualità, ma un grave difetto. Ricordiamo che siamo depositari di una grande civiltà, di una cultura millenaria che abbiamo l'obbligo di conoscere, difendere e amare come patrimonio nostro e dell'umanità e per far questo non sono necessari soltanto maggiori investimenti ma, consapevolezza.

E' bene rammentare che il benessere di cui godiamo, a cui ci siamo tanto abituati, è un patrimonio non garantito in eterno, basta poco, un banale virus, per perderlo, come anche la democrazia che può affogare nell'eterno chiacchiericcio. La nostra è un'esistenza, per dirla con Galimberti, assistita e i più non saprebbero proprio cosa fare se improvvisamente luce, acqua, gas, i tanti servizi che ci assistono e che un giorno ci procuravamo in proprio, non fossero più disponibili e ai cellulari venissero meno improvvisamente i ripetitori della telefonia mobile.

Sarebbe sufficiente ricordarcelo ogni tanto per far scendere l'eccessivo tasso di onnipotenza che ci

caratterizza da qualche tempo e recuperare un senso di realtà un pò smarrito.

Perché è prudente con umiltà vivere anche con i piedi per terra.

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