UNA SCUOLA IN ROSA

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UNA SCUOLA IN ROSA

di

GIUSEPPE ALESI

Riflessioni su una scuola tutta al femminile

Con vivo piacere ho notato che la rivista Tuttoscuola ha trattato di recente il tema della eccessiva presenza di docenti donne nella scuola rifacendosi, probabilmente, ad un articolo di Peter Birch e Davide Crosier recentemente apparso su Eurydice.

In più di una occasione è capitato anche a me di parlarne; lo feci molti anni fa in un convegno di cui ricordo ben poco tranne che l'argomento, che, pur toccato di sfuggita e con molto garbo, sollevò un notevole polverone tra i presenti e l'appunto acceso di un signore che, molto risentito, ebbe a dire che la scuola italiana alle donne doveva tutto e che eventuali appunti erano impropri e fuor di luogo. Mi ero limitato semplicemente a sottolineare la particolarità del fatto e avevo posto il problema se questo avesse o no una qualche ricaduta in ambito educativo.

Per molto tempo non ho più ripreso l'argomento pur convinto che la questione avesse un peso e meritasse una qualche riflessione e, dove possibile, magari qualche correttivo.

Ne ho riparlato, sempre con prudenza, memore di quanto accaduto, in un articolo di qualche tempo fa dal titolo “Una scuola in rosa” e poi ne ho fatto cenno qua e là in altri scritti.

Nessuno mi è parso abbia mai dato peso alla questione che, pur diffusa anche in altri paesi, particolarmente quelli europei, in Italia raggiunge livelli quasi di totalità, almeno nella scuola primaria, circa del 98%, e l'80% nelle superiori .

In definitiva sembra normale, secondo un vecchissima idea nostrana, che l'educazione dei figli sia cosa essenzialmente femminile, delle madri insomma, che curano, sin dall'inizio con dedizione e amore, la crescita della prole.

Insomma, come si diceva un tempo, l'uomo va a lavorare e la donna si dedica alla casa e ai figli, una netta divisione dei ruoli. Forza, abilità e scaltrezza per l'uno, perché il cibo non si comprava al supermercato, atteggiamenti miti, carezzevoli e capacità organizzative e gestionali per l'altra.

La distinzione così netta dei ruoli ha determinato da sempre una educazione, familiare e scolastica, orientata a fornire ai due sessi gli strumenti per svolgere da adulti correttamente il compito socialmente, per tradizione, riconosciuto e approvato come idoneo.

Per molto tempo si è ritenuto completamente inutile che le donne frequentassero la scuola e si istruissero, era sufficiente l'esempio, una buona “educazione domestica”, fornito dalle anziane, a formare brave donne di casa.

L'istruzione e la scuola quando si è costituita istituzionalmente alla fine del milleottocento erano appannaggio dei maschi, meritevoli e di buona famiglia.

Maria Montessori, agli inizi del 1900, è passata alla storia oltre che per le brillanti e rivoluzionarie intuizioni pedagogiche sull'infanzia, per aver frequentato un liceo, ed essersi laureata in medicina, prima donna in Italia, un vero scandalo!

La Scuola Materna, la dizione è stata data a ricordare di chi fosse il compito e l'incombenza educativa, solo in anni recenti (Orientamenti del 1991- riforma Moratti 2003), è diventata Scuola dell'Infanzia, sottraendola, al ruolo assistenziale per cui era nata e alla convinzione diffusa che per essere buone maestre fosse sufficiente essere brave mamme.

Non a torto, per insegnare nella Scuola Materna inizialmente non necessitavano particolari titoli di studio e quando lo si è richiesto, almeno per lo stato, erano di modesto spessore. Inoltre è opportuno ricordare, anche questa è storia recente, che mandare i propri figli alla Scuola Materna, per anni, è stato socialmente considerato come disdicevole e riservata a chi versasse in condizioni di indigenza e fosse di stato sociale umile.

E' da dire, per altro, che gli studi scientifici sull'infanzia sono arrivati nel nostro paese molto tardi, la psicologia e la sociologia in Italia prendono piede e credibilità solo a partire dagli anni settanta. Gli studi di Freud, che parlano di inconscio e di mondo affettivo, per i più sono stati, per un bel po', interessanti chiacchiere, discutibili modernità da prendere proprio con le molle.

Il corso di laurea in psicologia in Italia è stato istituito nel 1969 e, per molto tempo, psicologi e assistenti sociali, questi ultimi, privi di un ufficiale corso di studi, erano, nel dire comune, quelli che mettevano il naso, imprudentemente, su cose delicate e che, in senso ironico e anche dispregiativo “Si facevano i fatti degli altri”.

In questi ultimi decenni nel settore educativo si sono fatti passi da giganti, la conoscenza della prima e della seconda infanzia, della età evolutiva più in generale, ha raggiunto livelli molto alti grazie a una fervente attività di ricerca condotta negli ultimi cinquant'anni da innumerevoli studiosi. Si pensi allo straordinario e innovativo contributo di conoscenza offerto dagli studi condotti da J. Piaget nell'ambito dello sviluppo cognitivo.

Oggi è cosa indiscutibile che la Scuola dell'Infanzia sia da ritenere tassello di esperienze educative di rilevante centralità nello sviluppo infantile e che tutti i bambini debbano frequentarla. Non a torto il valore di tale esperienza è stato esaltato dalla necessità di una laurea anche per gli insegnanti di scuola dell'infanzia e, più di recente, dalla proposta di renderne obbligatoria la frequenza.  

CONCLUSIONI

E allora, per tornare al quesito iniziale, tenuto conto delle ragguardevoli scoperte in ambito psico-pedagogico della letteratura del settore che, in tal senso, ha sempre ritenuto essenziale, per la fase identificativa di sviluppo, il bilanciamento delle due figure genitoriali, la maschile e la femminile, come non osservare che l'altra agenzia educativa, la scuola, sia priva di tale bilanciamento?

Per meglio capirsi, se la presenza di genitori consapevoli e responsabili rappresenta per i bambini garanzia di crescita positiva, ancor più lo sarà durante la cosiddetta fase identificativa, quella in sostanza dalla quale si acquisisce l'identità di ruolo, dell'essere maschi o femmine.

Pur se la distinzione dei ruoli, oggi talora oggetto di vivaci discussioni, non è più quella netta e rigida di un tempo, e pur se si nota una tendenza verso una società androginica che rende ancor più sfumate le diversità tra i due sessi, permane comunque ancora la opportunità di scandire la diversa Identità.

Non è infatti per nulla opportuno mescolare troppo le carte, ne va della salute mentale, perché “è drammaticamente folle non sapere più chi si è”.

Appare evidente quindi che modelli, buoni e significativi, una donna per le bambine, un maschio per i bambini nella scuola non dovrebbero mancare e invece esiste un prolungamento eccessivo di modello femminile, che ritengo possa essere particolarmente scomodo per i maschietti.

A scuola in definitiva i bambini non trovano in genere quel rinforzo di identità di ruolo di cui necessiterebbero.

Una scuola tutta al femminile risulterebbe adeguata alle bambine, ma meno idonea ai bambini.

Le scelte educative, per evidenti motivi, risultano così, per temi trattati e letture, in generale, morbide, molto più vicine alla sensibilità femminile ma, spesso molto distanti dal mondo maschile e talora non in sintonia con i messaggi educativi familiari.

Il fenomeno della divergenza dei messaggi educativi, familiari e scolastici, non è positivo e appare più evidente nelle periferie urbane e nelle borgate, dove il vivere risulta più complesso e difficile e le sollecitazioni familiari sono orientate a fare assumere atteggiamenti di una certa aggressività e non volti ad un vogliamoci tutti bene.

In tali circostanze, in particolare, la scuola, ai ragazzi più effervescenti, appare un luogo estraneo, non interessante, noioso, dove “si fanno cose da donne”.

E vietato reagire, alzare le mani anche se si ha ragione, giocare a pallone, scalmanarsi un pò.

Forse non è un caso che l'insuccesso e la dispersione scolastici riguardino maggiormente il mondo dei maschi e malgrado non ci siano, come già detto, studi attenti e approfonditi sul tema, è ricorrente constatare che i disturbi nella lettura e scrittura riguardino percentualmente per lo più il mondo maschile.

Le recenti osservazioni fatte dall'OCSE sulla femminilizzazione della scuola in Europa, quella Italiana in particolare, ne sottolineano comunque i limiti sul piano sociale e sul piano educativo – formativo e invitano a riflessioni.

Sarebbe un bell'avvio di rivisitazione dalle fondamenta del sistema scuola se si affrontasse il fenomeno di una scuola decisamente in rosa, si potrebbe innanzitutto, se pur per gradi, creare da subito i presupposti perché l'attività di docenza possa diventare appetibile anche per gli uomini.

E' ormai opportuno superare lo stereotipo, così la scuola sembra perpetrarlo, che vede le donne più idonee a svolgere il compito educativo, la gestione dei bambini.

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