L'ADOLESCENZA

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L'ADOLESCENZA

DI

GIUSEPPE ALESI

“Quant'è bella giovinezza…Tra Edipo, Narciso e Telemaco

Parliamo di adolescenza e sembra fortemente opportuno tenuto conto che questo complesso stadio della crescita, che abbraccia un periodo della età evolutiva molto ampia ( circa 15 anni), sia di frequente, nei fatti educativi, a casa come a scuola, non adeguatamente apprezzato.

E' infatti, senza alcun dubbio, paradossale che in una fase della vita in cui i giovani sono impegnati e coinvolti in un complessivo e rapido processo di maturazione, si concentrino, da parte dell'adulto, tante richieste di adeguatezza, coerenza, indipendenza, maggiore serietà nei comportamenti e nello studio. Ed è cosa altrettanto vera che, in questi ultimi tempi, giovani alunni, privi totalmente di autocontrollo e senso del limite, si siano resi protagonisti di eventi molto deplorevoli nei confronti dei docenti, cosa che ha pochi riscontri nel passato.

Cosa sta accadendo?

Già Aristotele e Platone hanno parlato dei giovani, il primo ha asserito che sono passionali, irascibili e inclini a lasciarsi trascinare dai propri impulsi, il secondo afferma che hanno entusiasmo da vendere e spesso non sanno darsi un limite.

Tutti comunque nel tempo hanno in definitiva visto l'età adolescenziale come un periodo della vita spensierato, caratterizzato da grandi entusiasmi, voglia di godersi la vita, di fare esperienze sentimentali e non, prima di diventare adulti ed assumere ruoli e compiti più impegnativi e importanti.

In generale è stata dominante per molto tempo, almeno nelle classi più abbienti, una visione romantica della giovinezza nella quale il compito degli adulti restava quello di aiutare i giovani, in forma più o meno rigida, ad orientarsi, a controllare gli eccessi, gli impulsi sregolati spesso presenti, ad evitare eventuali pericoli.

Di certo era ben poco romantica invece la realtà di chi cresceva, qualche decennio fa, tra la povera gente di campagna, in particolare se si trattava di donne, lì il pane bisognava guadagnarselo subito, rendendosi utile prima possibile e vedere bambini con le mani indurite dal lavoro manuale era quasi la norma.

Come altrettanto poco romantica era la realtà giovanile tra la fine dell'ottocento e gli inizi del novecento nella Londra Vittoriana o nella New York stracolma di immigrati. In ogni caso una condizione dalla quale uscire presto sia per affrancarsi dai limiti e anche soprusi, sia per competere con maggiori possibilità.

Allora erano frequenti, in molti ambienti sociali, i riti di iniziazione, antichi retaggi, esperienze spesso forti dopo le quali la famiglia e il gruppo sociale di appartenenza, riconoscevano e festeggiavano il diventare adulti.

In una società sostanzialmente maschilista erano i giovani maschi che dovevano dar prova della loro forza e del loro coraggio, le ragazze erano nelle mani delle mamme e delle nonne, quando c'erano, che insegnavano loro l'arte di esser donne.

Per quel che ci riguarda, nell'immediato dopoguerra, i bambini indossavano i pantaloni corti e poi quelli alla zuava sino ai polpacci e in ultimo i pantaloni lunghi, questo serviva a scandire, per i maschi, i passaggi del crescere nella società borghese.

Il servizio militare, di leva, infine era socialmente ritenuto, sino agli anni ottanta circa, la demarcazione, l'esperienza dopo la quale venivi considerato tacitamente “un uomo”.

Tali riti almeno nel mondo occidentale sono quasi del tutto spariti.

E' difficile dire se questo sia un bene o un male, ci sono i nostalgici, come anche coloro che li ritengono inutili e forse anche dannosi.

Comunque sia, impegnativi o meno che fossero, facevano parte di un percorso educativo socialmente condiviso, dal quale si apprendevano il pazientare, la tenacia, il senso di responsabilità, il rispetto stretto delle regole.

Un susseguirsi di piccoli grandi esami di socializzazione, dopo i quali ci si sposava e si assumeva l'onere di esercitare, come adulto, i diritti e i doveri tipici della società di appartenenza. Questo era un severo crescere per gradini, che, a detta degli adulti dell'epoca, formava il carattere, il modello di riferimento lontano era quello greco, Atene, Sparta.

Se i gradini erano alti e ripidi si poteva cadere ma, bisognava rialzarsi e ripartire, si rischiava di essere considerato uno smidollato, un marchio che ti portavi dietro per tutta la vita.

Anche la scuola era a gradini, selettiva, il diritto all'istruzione e allo studio c'erano già nel 1900 ma te li dovevi sudare.; non si trattava di una gradevole dolce salita e i così detti non “tagliati per lo studio” finivano col mollare e venivano invitati ad andare a lavorare.

Una realtà sociale ed economica diversa, poco più di una cinquantina di anni fa, quando il diffuso poco benessere i più se lo dovevano conquistare con dignità, gran fatica e rinunce che toccavano anche ai più giovani.

Oggi, in occidente, nel nostro paese, la maggioranza vive nel benessere, le “barbarie”, le severe esclusioni di un tempo sono lontane e dimenticate; il percorso di crescita è lineare, tutti i giovani hanno diritto di essere educati ed istruiti, il percorso è, in genere, pianeggiante e in non pochi casi adulti particolarmente premurosi, che ruotano in tondo ad egocentrici Narcisi, spazzano via persino i sassolini che potrebbero creare qualche lieve intralcio.

Pur tuttavia i problemi con i giovani non mancano e qualcuno sostiene che con loro si sia un tantino ecceduto nei troppi si, genitori e scuola non svolgono più il loro ruolo educativo con la coerenza e la concordia, pur discutibili, di un tempo, bisognerebbe ridefinire i ruoli che al momento risultano alquanto confusi.

Negli ultimi decenni poi la globalizzazione, il repentino confronto con gli altri hanno rimescolato tutto, hanno messo in discussione usi e consolidati costumi creando in molti incertezze e dissapori, egoismi e indifferenza.

Non pochi sostengono che i giovani, pur avendo di tutto, siano spesso soli e la solitudine più dannosa risulta essere quella affettiva, quella data da una vicinanza saltuaria e distratta offerta da genitori e insegnanti genericamente molto indaffarati, poco propensi all'ascolto.

UNA POSSIBILE RILETTURA

Senza padroni e senza padri

Il guardarsi un pochino indietro, potrebbe essere utile al fine di dissipare la soffusa sensazione che tutto parta da oggi e quanto sia stato ci riguardi poco o nulla.

Il mantenere ben collegati ieri, la memoria, all'oggi è invece fondamentale per vedere dall'alto il susseguirsi degli eventi e con essi il dipanarsi e modificarsi della famiglia, dei processi educativi, il trasformarsi delle condizioni sociali, delle relazioni individuali, del rapporto con le nuove generazioni, con la loro educazione e istruzione.

Chi oserebbe pensare che i bambini di oggi siano uguali a quelli di cinquanta anni fa, la distanza è siderale, non sono soltanto più sani e belli, hanno neuroni, schede mentali diversi.

Il gap generazionale, si è molto ampliato, il divario di idee tra giovani e adulti, sembra spesso incolmabile, comunque impegnativo e complesso da governare. I problemi non mancano, al contrasto più o meno vistoso con l'adulto, alla ribellione, tipicità dell'adolescente, si sono aggiunti il fenomeno, non isolato, della permanenza in famiglia in età avanzata, una adolescenza prolungata, prima rarissima e comunque ben poco apprezzata, le tossicodipendenze, internet e ancor più i social-media che hanno rivoluzionato il modo di comunicare.

In un passato storicamente recente la distanza con le nuove generazioni era più stretta e tenuta sotto controllo da una azione educativa più pressante da parte dei genitori. La scuola e l'intera comunità condividevano gli stessi principi, si sostenevano reciprocamente, gli svogliati avevano ben pochi spazi, come anche i meno dotati e per i genitori era un'onta.

Le diffuse ristrettezze economiche, inoltre, esigevano la partecipazione, il fare squadra, essere scaltri e per non pochi la scuola costituiva un vero lusso, anche inutile in specie per le ragazze. I messaggi educativi si veicolavano con uniformità e insistenza, i limiti tanti, prima regola ognuno deve stare al posto suo. Al momento, il mondo ha cambiato volto, la tacita alleanza tra scuola e famiglia, si è interrotta e ognuno fa da sé, ma spesso tra certezze improvvisate e una complessiva conflittuale confusione.

Ecco che allora se pur accomunati, in linea di massima, con i giovani del passato sul piano delle fondamentali tappe biologiche, i cui tempi sono comunque significativamente modificati, si diventa donne anche già a dieci anni, le differenze, dovute al mutamento del contesto ambientale, culturale e sociale, risultano enormi. E tali da far dire a Massimo Ammaniti* se l'adolescenza descritta nei trattati di psicologia esista ancora e non si debba rielaborarla alla luce delle non poche novità.

Proviamo, quindi, a parlare di questi giovani, i confronti, pur leciti, possono essere utili unicamente per osservare ciò che è cambiato in questi ultimi decenni così rapidamente e non per valutarne il merito, ogni epoca ha la sua adolescenza, ognuno è figlio del suo tempo e porta con sé pregi e difetti della stagione di appartenenza.

E' tramontata, da un bel po', l'epoca dei “padri padroni”, L'era del figlio ( Edipo) funestato dal limite, dal perentorio non si fa!* Ma la nostra sembra la stagione senza padroni e senza padri.

I genitori sembra abbiano abdicato al loro ruolo di guida assumendo spesso un diffuso atteggiamento amichevole e paritario che snatura il loro compito, i padri risultano sfumati, poco presenti, figure di poco rilievo, quasi adolescenti a loro volta.

SINTESI STORICA

I primi studi seri sui giovani sono attribuiti a Stanley Hall nei primi del novecento in America, anzi fu proprio lui a coniare il termine adolescenza vedendola come un periodo evolutivo che va ben oltre la pubertà, un tumultuoso periodo di transizione verso l'età adulta. Questo lascia intendere come non interessasse più di tanto capire il fenomeno giovanile nel suo insieme, lo stesso valeva per l'infanzia, naturali tappe di sviluppo, uguali per tutti, sulle quali c'era da capire ben poco. Chi s'interessava del tema, ove necessario, era il medico, che ricercava i problemi organici alla base di eventuali irregolarità o condotte anomale. La psicologia era appena agli inizi, in Italia quasi del tutto sconosciuta e vista anche con certo sospetto. Già Maria Montessori aveva stupito per le sue innovative intuizioni educative ma, successivamente, allontanata per le sue idee troppo progressiste.

S. Freud, padre della psicanalisi, si stava impegnando a dimostrare che non tutto è riconducibile alla biologia e studiava l'isteria di Dora che è una adolescente.

Grandi fermenti che avviano studi sempre più accurati orientati sugli aspetti relazionali, affettivi e ambientali dell'essere umano da tempo ben poco considerati e visti con sospetto.

Si scopre che l'adolescenza non è una spensierata passeggiata ma un percorso di crescita complesso tanto che lo stesso Hall ebbe ad usare la definizione di “tempesta e stress”

La pubertà ne segna l'avvio turbolento.

Tutto infatti prende il via con una straordinaria evoluzione biologica, trasformazioni corporee e fisiologiche dovute all'attivazione di ormoni da parte della ghiandola Pituitaria, il segnale che da inizio a questo fenomeno proviene dall'Ipotalamo, che, come in un effetto domino, stimolano quasi tutte le ghiandole endocrine. Non è certo una cosa da poco ciò che accade nell'età definita puberale, è un vero cataclisma, uno scossone, che crea instabilità, sofferte disarmonie, incertezze. I cambiamenti attribuiscono all'adolescenza caratteristiche universali. Tali caratteristiche poi si coniugano nelle specificità individuali e a loro volta in quelle culturali ambientali che stabiliranno anche la durata, lunga o corta, dell'adolescenza.

ALLA RICERCA DI UNA NUOVA IDENTITA'

La tesi che si è nel tempo affermata (Erikson, Bloss e altri) è che questo sia il tempo della perdita dell'identità infantile maturata in anni di progressive esperienze in casa e a scuola, un equilibrio, una identità che potrebbe essere così riassunta in un adesso so chi sono: “ Sono un bambino o una bambina, questo è il mio ruolo e questi sono i miei genitori”.

E adesso?

Sento di non essere più un bambino, ma non sono neppure un adulto, mi trovo, in breve, più che su un tranquillo poni, su un cavallo alquanto irrequieto.

La conquista dell'età adulta non è cosa semplice, è un percorso a volte tormentato, a volte contraddittorio, che spesso suscita orgogliosa euforia, è espansiva, affascinante e instabile, caratterizzata da una gran voglia di maggiore autonomia ma anche da inaspettati ripiegamenti.

In questa fase di età è paradossale che l'adulto richieda ostinatamente più impegno e serietà, forse sarebbe più opportuno dosare e modulare gli interventi educativi, aumentare garbatamente la vicinanza, accogliere le stravaganze e le incoerenze, mantenere alti la vicinanza e il dialogo.

Questo in sintesi il quadro teorico di riferimento, quello che gli studi hanno detto sul periodo prima e seconda adolescenza.

E' un fatto che i giovani di oggi sembra spesso, più che in passato, non conoscano i limiti, ma questo è la conseguenza di genitori a loro volta senza limiti, che si comportano da eterni giovanotti, da amici e complici, che si vantano di essere i confidenti dei loro figli che, pur di abolire qualsiasi conflittualità o “trauma”, li assolvono costantemente e li inondano di continue concessioni. Da molti esperti del settore si sottolinea, già da tempo, la evanescenza, in particolare, della figura paterna, la difficoltà che i padri incontrano a svolgere la loro funzione educativa, la loro diffusa posizione defilata.

Allo smarrito generalizzato senso del limite, si associano una compiaciuta, ostentata onnipotenza, la sfrontata sicurezza del tutto a portata di mano, l'ebrezza smisurata data dalla tecnologia digitale, che promette tutto sotto controllo, che ti fa aprire il bagagliaio della macchina sfiorando appena con la punta del piede il paraurti.

Si può pensare di apportare miglioramenti soltanto se gli adulti, genitori e insegnanti, prendono consapevolezza, si diano per primi dei limiti e li onorino, siano di esempio nel rispettare semplici e ragionevoli regole, perché tali devono essere. Siano capaci di mostrare coerenza nel dare significato al loro dire e fare, svolgano senza confusioni e conflitti il loro compito.

L'adolescente, pur riconoscendo le sue incertezze e le sue difficoltà, va sollecitato a ricercare la propria identità di adulto, il fenomeno di una “adolescenza senza tempo”*, di Narcisi che si beano di sé stessi ed evitano, pur grandi, di assumersi responsabilità, talvolta anche con la complicità adulta, non è un buon segnale, c'è il rischio che rimangano tali anche se anagraficamente grandi. I problemi con i figli hanno radici lontane, è sufficiente pensare alla parabola del “figlio prodigo” dove solo la saggezza del padre riesce a comporre mirabilmente l'evento.

Non necessita un padre padrone accigliato e repressivo, che segna il limite invalicabile, un mito leggendario e invincibile, ma un padre testimone, umano, vulnerabile, capace di mostrare “attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso”*

Non ha più senso neppure un figlio Edipo ribelle e in continuo conflitto con un padre che punisce e limita, tanto meno un docile Narciso, tipico dei nostri tempi, individualista, edonistico consumatore che si bea della sua beltà ma, un Telemaco, come suggerisce Recalcati, che, mediato dalla madre, ricerca e desidera il ritorno del padre, la giustizia, usurpata dai Proci, scrutando il mare.

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*Massimo Ammaniti, “Adolescenti senza tempo” Raffaele Cortina, 2018

*Massimo Recalcati, “Il complesso di Telemaco, genitori e figli dopo il tramonto del padre”

Feltrinelli, 2014

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