Mi ha accannato per telefono!

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Mi ha accannato per telefono!

Congetture educative di Presidi pensionati

di Giuseppe Alesi

Gridava così un giovane, più o meno ventenne, ieri intorno alle 22 nella piazza principale di Marino, noto paese dei Castelli Romani.

Era uscito sconvolto da un sottopasso, sbattendo violentemente una non visibile porta dal rumore metallico, e furioso si aggirava in preda all'ira nella piazza deserta e ripeteva urlando: “Mi ha accannato per telefono!” E giù parolacce e bestemmie a non finire.

Poteva avere una ventina d'anni, come detto; alto, snello, fisicamente ben messo, capelli rasati alti e ciuffo alla orso Yoghi, tipo da palestra, un bel giovane insomma, uno in apparenza padrone di sé, spavaldo, “smart?”

Era in mutande e totalmente fuori controllo. Niente di strano? Forse si!

Il giovane ha totalmente ignorato la presenza, probabilmente non li ha neppure visti, di tre adulti fermi in un angolo della piazza, appena usciti da una pizzeria poco distante; senza alcuna remora ha dato vita ad uno show verbale unico, accompagnato da pugni su pannelli pubblicitari e vetrine di negozi con in mano, ancor caldo, lo smartphone su cuie aveva appena ascoltato o letto l'impietoso addio.

Si potrebbe dire, legittimando un pochino un parlare e un fare tanto eclatanti, che l'essere “accannati” per telefono, quindi senza preavviso e motivazioni di sorta, senza guardarsi negli occhi, da parte si presume di una fanciulla, non è cosa da poco per un giovane.

E' un sonoro ceffone affettivo, anche se l'impressione, a pelle, sembrava che la furia dipendesse non tanto dal dolor d'amore, quanto dal mal tollerato affronto all'IO.

Il giovanotto ha esternato tutta la sua ira per più volte andando avanti e indietro, da uno slargo all'altro, attraversando un sottopasso con una porta metallica che per la rabbia faceva battere con violenza, solo, non c'era nessuno, tranne quei tre a margine della piazza, per dare spettacolo di sé, per esternare l'onta subita, la sua narcisistica ferita.

E dove era la Scuola?

Quella familiare e istituzionale, quella dei papà e mamma, dei professori e dei banchi di scuola insomma, e quella educazione anche al controllo nei momenti un po' più difficili, che gli adulti in genere dovrebbero trasmettere alle nuove generazioni.

La domanda potrebbe sembrere proprio bizzarra, un interrogativo fuori luogo se non fosse che i tre appartati all'angolo della piazza erano tre Presidi in pensione. I tre capi d'istituto di cosa potevano parlare?

E così si sono subito avventurati, come medici esperti, a fare le loro valutazioni, la diagnosi al particolare fenomeno a cui avevano involontariamente assistito.

La discussione si è protratta per un po' oscillando tra chi sottolineava la tanta maleducazione e chi viceversa esprimeva una sommaria, indulgente, comprensione per l'urlato: “Mi ha accannato per telefono!”

Poi la conversazione si è affinata, fatta più attenta e meglio argomentata, come è giusto che sia trattandosi di esperti del settore educativo, non prima però di aver affrontato il contenuto semantico della parola “accannato”.

Il termine non fa parte certo del linguaggio colto e l' Accademia della Crusca, al momento, non l'ha ancora inserito nel vocabolario della lingua italiana.

E' parola del dialetto romanesco, spesso usato dai giovani di periferia o borgata: “preso per le corde del collo”, le canne, forse il suo primo significato, “miserabile senza una lira, lasciato e abbandonato d'improvviso e malamente”, queste le varianti.

La parola ha un notevole impatto e immediatezza e, come molte parole dialettali, descrive con sintetica incisività una situazione, un accadimento, infelice nel caso in esame, e di solito viene rafforzata da gesti e mimica che danno colore e definiscono ancor meglio l'evento.

Riflessioni educative

L'accaduto comunque, al di là dell'espressione usata, visto anche il condimento di imprecazioni e parolacce, non poteva non investire più in generale l'aspetto educativo; quel ragazzo mostrava tutti i segni di una educazione familiare e scolastica, se esistita, alquanto sgangherata e comunque non delle migliori.

Le riflessioni sono così apparse doverose e lecite, se pur con tutte le dovute cautele, senza mai fare come si è soliti dire di tutta un erba un fascio e lasciarsi andare a generiche generalizzazioni.

Questi sono forse i tratti caratteristici dei tempi che viviamo, convennero i tre, i segni di una attività educativa adulta, familiare e non, decaduta e di basso profilo.

Giovani aitanti, ben messi, palestrati, belli d'aspetto anche perché ben nutriti rispetto alle passate generazioni, irrobustiti per darsi tono anche indecorosamente da tante espressioni volgari, sono spesso interiormente particolarmente fragili e vulnerabili.

Li sovrasta l'esigenza di apparire decisamente molto più importante dell'essere.

L'essere o meglio il ben-essere, direbbe Morin*, è una conquista lunga, si forma con l'esperienza e con l'esempio positivo di chi ci è accanto, a casa e a scuola, quando si è piccoli e discretamente quando si è più grandi, quando a gran voce si chiede, sicuri, spazio e autonomia maggiori.

E' allora, nel momento in cui si vogliono fare le prime esperienze direttamente, che si ha la necessità di non essere totalmente soli e abbandonati, “accannati”; la presenza saggia dell'adulto infatti, se è capace di essere discreta, sa dare al bisogno una spalla su cui appoggiarsi e da cui trarre conforto, sa dare un sorriso che fa accogliere benevolmente e, se opportuni, misurati rimbrotti e consigli.

E se tutto ciò non è mai esistito? E l'adulto è stato ed è latitante, se l'assenza educativa è totale, a casa come a scuola, e questa, ancor ritenendo l'educare di non sua competenza, se ne è disinteressata, limitandosi a pungolare con note e voti negativi, il cocktail è micidiale.

Se quindi, l'amore, il desiderio dell'altro, che è la vita come direbbe J. Lacan, non c'è mai stato, neppure per i figli e il Sé adulto ha fatto debordare tutti i suoi egoismi smisurati, l'altro non soltanto non lo si è riconosciuto, accolto, incluso, educato, ma lo si è ucciso dentro.

Certo questi giovani poi si arrangiano come possono, portando dentro un vuoto affettivo assoluto, una rabbia profonda, sono stati a loro volta affettivamente “accannati”, è mancato quel nutrimento di carezze e di esempi di vita indispensabili alla crescita. Nessuno li ha educati, con parole ed esempi, a contenersi, a misurare le parole a non imprecare o maledire, che non rende più forti, nessuno li ha sostenuti e rincuorati, nessuno si è preso cura dei loro sentimenti e delle loro incertezze.

Non è dato di sapere come siano andate veramente le cose al giovane in preda all'ira nella piazza di Marino e le osservazioni fatte dai tre potrebbero essere mere congetture di ex capi d'istituto, rimasti nell'intimo Presidi, tuttora in servizio soltanto per le osservazioni educative di cui sono capaci e per buona fetta dovute alla professione svolta.

Gli adulti e di certo la scuola, gli insegnanti, dovrebbero riportare al centro la loro funzione educativa anche se il confuso momento storico nel quale viviamo non aiuta. Tutto risulta infatti troppo discutibile e opinabile, e così il dissolversi spesso delle buone maniere, il traballante e incerto saper stare al mondo non ci preoccupano più di tanto anzi, talvolta, ci sorridiamo sopra e tolleriamo le nostre e le altrui superficialità, la sfrontata maleducazione, pur di non essere appellati pesanti e fastidiosi bacchettoni.

*Morin E, Insegnare a vivere, Cortina ed, 2015

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