ELOGIO DELL’EDUCAZIONE LENTA di GIUSEPPE ALESI

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ELOGIO DELL’EDUCAZIONE LENTA

di

GIUSEPPE ALESI

smetti di osservare il tempo e te ne libererai” Henri Bergson

Riprendo integralmente il titolo di un testo di Joan Domènech Francesch*, un preside di Barcellona, appartenente al movimento di rinnovamento pedagogico della Catalogna.

L'autore si rifà ai movimenti della lentezza che si propongono di contrastare l'accelerazione della vita imposta dalla nostra era, lo spreco di risorse e il consumismo. La parola chiave è slow, slow food, città slow, educazione slow, lenta.

Il tempo e la velocità, tornano ad essere oggetto di riflessione e critica.

Carlo Rovelli* ci dice che non esiste un tempo unico, che è quindi relativo, il tempo, per esempio, scorre più velocemente in montagna ed è più lento in pianura, in montagna s'invecchia prima, e che la velocità rallenta il tempo, chi corre invecchia meno e infine che nelle equazioni fondamentali della fisica il tempo sparisce proprio.

Comunque sia la vita dell'uomo ha subito da sempre improvvise accelerazioni dovute a innovazioni e invenzioni che ne hanno mutato i ritmi distesi, lenti e quasi senza tempo, l'ordine precostituito. Questo ha imposto, in maniera sempre più frequente, ineludibili e non facili migliorativi riadattamenti, una maggiore attenzione agli spazi temporali sempre più affollati di cose da fare, ai tempi da ottimizzare e non sprecare.

Risparmiare tempo, tempo perso, tempo sprecato, ammazzare il tempo sono alcuni dei tanti modi di dire, testimoni dello stretto rapporto “venefico” che l'uomo ha instaurato con il tempo.

A guardar bene in genere proprio la velocità è stata la protagonista dei mutamenti importanti, dalla ruota, al treno, sino all'aereo e a internet, tutto ha reso, nel tempo, l'uomo padrone assoluto della velocità, rapido nel sapere, nel fuggire e nel colpire.

La velocità è data dal tempo, meno tempo maggiore è la velocità, un sodalizio inscindibile.

Quindi potremmo dire che le cose umane hanno, da che mondo e mondo, seguito questa logica e l'uomo, come un buon atleta, ha percorso spazi in tempi sempre più brevi, conquistando in un primato dietro l'altro autonomia e sicurezza sempre maggiori.

E' un fatto, il termine greco Kairò, il tempo dell'evento punto e basta, della clessidra, ha ceduto il passo a Chronos, il dio onnipotente del tempo che non si ferma mai, che fluisce e passa, che segna il tempo della vita.

E' iniziata così una sempre più ossessiva necessità di misurare il tempo, di parcellizzarlo con lancette che si inseguono a segnare secondi, minuti, ore. Orologi meccanici di tutti i tipi hanno invaso il mondo, piccoli e grandi, d'acciaio, argento e oro da taschino e da polso, da uomo e donna, per nobili e mercanti, i poveri per lo più si arrangiavano stimando il tempo dal suono dei campanili o dalla posizione del sole.

Orologi sempre più precisi prestigiosi e belli, con datari e carillon, personalizzati con incisioni e gemme preziose, per avere costantemente cognizione del tempo, tenerlo sotto controllo, per fare partire in orario i treni, per arrivare in tempo.

La reggia di Versailles ne conta innumerevoli bellissimi, preziosi e particolari, quello di Passemant è noto per la sua regale bellezza. Generazioni e generazioni di raffinatissimi artigiani orologiai, di notissime case costruttrici, svizzere in particolare, hanno caratterizzato un mondo impegnato a crescere nell'industrializzazione e a scandire minuti e ore di un tempo reso dall'uomo sempre più breve, invadente e pressante.

Quanto prodotto in questo lungo periodo dalla raffinata tradizione artigianale, oggi per lo più antiquariato, è passato, l'era digitale ha mandato in soffitta manualità e raffinatezza, rimaste soltanto in nicchie ristrette. I costi eccessivi, i lunghi tempi di costruzione, sono, tranne che per gli irriducibili eccentrici e danarosi, spariti. La quantità, degli orologi in circolazione è enorme e, democraticamente, secondi, minuti e ore sono controllabili da tuttti, ricchi e non, adulti e bambini, attraverso precisi orologi al quarzo anche dal costo di qualche euro.

Campane che suonano e cannoni che sparano per le ore dodici sono lacerti di vecchie tradizioni ora sostituiti da lampeggianti neon che, un po' dovunque, ti dicono l'ora esatta, il giorno, il mese, l'anno e la temperatura al momento.

La velocità si è imposta travolgendo qualsiasi forma di lentezza.

La lentezza, la pazienza e la calma sembra siano atteggiamenti poco apprezzati, danno ai nervi.

E' tremendo ma è una sacrosanta realtà, corriamo ormai affannosamente dietro il tempo che ci sfugge dalle mani con impietosa, ostinata freddezza, come se fosse una affascinante donna dalla quale siamo presi e travolti.

Ci manca costantemente, non è mai sufficiente e non ci passa per nulla per la mente di mollarla, di divincolarci e liberarci dalle sue lusinghiere promesse, di smettere di guardare ossessivamente l'orologio.

LA CORSA INFERNALE

Sempre più velocemente si vive tra mille affanni e impegni che si susseguono nell'arco della giornata che riempiamo come un uovo di non poche inutilità, anche a scapito e danno degli affetti più cari, di mariti, mogli e figli.

Uno sguardo fugace al polso o al cellulare e ci diciamo:

”Caspita come è tardi! Devo andare.”

Ne segue un inascoltato:

”Aspetta un attimo, un momento e che caspita!”

Velocemente ci muoviamo irrequieti da un posto all'altro, mangiamo in fretta in un fast food, un tramezzino al volo al bar e via sino a sera, esausti e schiavi del tempo.

Divoriamo senza senno tanto tempo, lo sprechiamo in modo sconsiderato, senza alcun rispetto e compulsivamente ne vorremmo a disposizione dell'altro.

L'agenda degli impegni è lunga, non possiamo non ricordarci della partita di calcetto alle diciannove, della palestra per far moto e mantenerci belli e sani e se donne del parrucchiere, dell'estetista e del Pilates che è una mano santa.

Anche ai figli s'impongono ritmi stringenti, ritmi educativi serrati, quasi senza pause, nuoto, scuola calcio, corso di inglese, lezioni di pianoforte e ballo, li trasciniamo di qua e di la spesso come fagotti, sicuri di fare il loro bene.

A sera stremati, una doccia, un pasto veloce e senza chiacchiere inutili a letto, domani si ricomincia.

E' proprio un bel vivere, ce ne pure talora lamentiamo, ma, non possiamo farne a meno.

Nessuno cura più di tanto la pausa, il dialogo, la relazione, l'intimità, quando lo facciamo i rapporti li essenzializziamo, il telefono cellulare ci dà una gran mano, siamo in contatto con tutti, ci destreggiamo come maghi tra messaggini e faccette che indicano lo stato d'animo, tantissimi SMS, gli auguri fioccano senza che ci si parli, il contatto è tutto on line, dialoghiamo con i social in qualsiasi luogo ci si possa trovare, anche al bagno.

Tutti vanno di corsa nel caos e nella confusione, come automi seguiamo l'onda ignorando il silenzio, la riflessione, l'andare adagio.

Il tempo è denaro!

Ogni epoca ha avuto i suoi nevrotici irrequieti e veloci dissipatori di tempo, quelli che non sanno mai star fermi, che vanno da tutte le parti instancabilmente alla ricerca della felicità, ignorando che, ricordando Orazio, forse “quod petis, hic est”*, ma forse mai come nel nostro periodo storico.

L'INVITO A RALLENTARE-SLOW

L'invito a rallentare sembra sia anacronistico, un invito fuori dalla realtà, l'uomo ama la velocità e il tempo sempre più breve che la misura. L'appello quindi è destinato ad essere ignorato, perché consiglio stolto in un mondo che compete, afferra e consuma costantemente e chi arriva ultimo è perdente. Non si può di certo negare la realtà, ipotizzare un camino acceso intorno al quale, nel crepitio della legna, si raduna una numerosa famiglia dopo una giornata di lenta fatica, questa è fantasia, è un quadretto bello e nostalgico, povero, di un tempo non tanto lontano e ormai passato almeno per la maggior parte delle comunità occidentali. L'invito potrebbe però avere la sua utilità nel sollecitare una riflessione, per assumere consapevolezza, per apportare, ove possibile, ciascuno a suo modo e come può, un grande o piccolo correttivo, una forte o lieve inversione di rotta personale, sarebbe già un brillante risultato, non si può pretende di mutare il mondo e le misteriose logiche che lo sostengono.

Si può avere maggiore cognizione di vivere incalzati dal tempo, di correre con troppo affanno e introdurre elementi di maggiore equilibrio e accortezza almeno in ambito educativo.

Il pensiero non può infatti non andare ai più piccoli, alla loro educazione, alla scuola, alle ore di lezione scandite dalla campanella, al compito, non facile, che l'adulto ha di dare loro un primo significato delle cose e dell'esistenza, in un momento storico complesso, affollato da cambiamenti, comunque orientato a facilitarne la crescita, non a renderla insanamente faticosa.

Non è per nulla facile parlare di scuola, istituzione in crisi da decenni, acceso e problematico è già il dibattito su quale sia il suo ruolo oggi, quali saperi e competenze debba trasmettere e come, ai giovani nati digitali, ma va fatto con equilibrio e buon senso.

Oggi sono di certo necessari docenti molto qualificati per rivolgersi a bambini nati nella velocità, che arrivano a scuola con abilità e conoscenze ben diverse da quelle possedute da noi, a suo tempo, nell'andare a scuola. Io ero abile nel giocare con le palline di vetro e la giornata per me era lunga e scorreva lentamente, non avevo neppure l'orologio, era la metà degli anni cinquanta, veramente altri tempi. L'educazione era lenta, ne erano custodi le madri che stavano per lo più in casa e la scuola, i suoi ritmi erano distesi e penetranti come una sinfonia di Chopin.

Educare alla vita è quello che Rousseau voleva fare con Emilio, quello che Aristotele fece con Filippo il Macedone e quello che sanno fare, se tali, i Maestri a casa e scuola ieri come oggi. Con pazienza e tempo, la pazienza ne ha tanto bisogno, costoro insegneranno umilmente cosa hanno loro capito della vita, con parole e con esempi personali concreti, le abilità, le competenze necessarie, i segreti e le magie indispensabili per viverla.

A costoro ognuno di noi, se fortunato, è profondamente grato, intimamente legato, i loro insegnamenti sono entrati dentro piano, piano e sono sempre spendibili, perché non diverranno mai moneta fuori corso.

La velocità inebria è sempre stato cosi, ma toglie il senso alle cose, fa perdere il piacere dei dettagli, non può essere uno stile continuo di vita, va bilanciata da momenti di ampie pause, di ritorno alla lentezza, alternando il correre al camminare.

Forse la scuola ha da assumere questo compito di riequilibrio, essere così un luogo di respiro, lento e profondo, di riflessione, di conoscenza personale e del mondo, di ricerca del tempo giusto.

Nell'educazione, a scuola e a casa, il rispetto degli stili e dei ritmi di apprendimento individuali passa attraverso un'attenta e distesa azione educativa che consente a tutti di mantenere il passo, non si può aver fretta, l'educazione è per sua natura lenta.

Ogni tanto togliere dal polso l'orologio e lasciare il cellulare può stemperare la dipendenza, se poi, di tanto in tanto, ci riesce di lasciare l'automobile e ci si avvia lentamente a piedi, è molto probabile che il mondo ci appaia diverso e forse anche più bello.

E' importante che qualcuno ci insegni a fare i funamboli sul filo della vita e per i funamboli la lentezza è vitale.

*Elogio dell'educazione lenta, Joan Domènech Francesch, Ed. La Scuola, 20011

*Ep.I-11,Orazio Flacco

*L'ordine del tempo, Carlo Revelli, Adelfi, 2017

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