DI CHE GIARDINO SEI? METAFORE EDUCATIVE_MARZO 2015

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 DI CHE GIARDINO SEI? METAFORE EDUCATIVE

Questo è il titolo di un efficace saggio di Duccio Demetrio apparso qualche anno fa per Moltemi Editore.

Il libro dalla copertina molto efficace, dal titolo un po’ curioso e intrigante parla di giardini, ciascuno di noi ne ha necessità per ritrovare il proprio mondo più segreto; il giardino che si possiede, parco o balcone che sia, parla infatti di noi, è spazio fatto a nostra immagine, è simbolo della nostra identità, è figura del nostro giardino interiore.

Coltivare un giardino di qualsivoglia natura è un privilegio, come è privilegiato chi ha avuto la fortuna di essere cresciuto in un giardino di cui ha goduto gli odori, gli intensi profumi, in cui ha appreso amabilmente il gusto della sorpresa e dell’attesa, il dolore della caduta, il senso del limite, del possibile e del divieto, il piacere dell’armonia.

E’ questo quindi uno spazio magico, un simbolo per ritrovare se stessi, la nostra storia personale, le nostre radici più lontane, i ricordi più cari, che rimanda, per la connessa valenza formativa alla figura di Rousseau e ai giardini d’infanzia di Froebel.

Esso evoca le nostre origini: l’Eden, il Paradiso, il giardiniere Adamo, Eva, il serpente secondo la tradizione ebraico/cristiana e i giardini di approdo oltremondani nella tradizione islamica.

Il giardino quindi, quello che più ci emoziona e ci piace, il nostro, qualunque sia, piccolo o grande, anche quello meno azzimato, ci rappresenta ed è legato intimamente alle nostre individuali esperienze pregresse, è parte integrante dell’autobiografia personale, tanto da poter dire: “Dimmi quale giardino hai e ti dirò chi sei?”

Sicuramente una qualche forma di giardino è presente nella nostra mente, nella nostra anima, sia come immagine simbolica che come diretta esperienza infantile, sia come semplice prato che come cortile, sia come spazio ordinato che come verde attrezzato, soprattutto come dilatata distesa di campi nei quali abbiamo scorrazzato per ore, sognato, immaginato ed è quindi parte del nostro essere adulti.

E così l’autore lo raffigura, come uno luogo che induce una delicata autoanalisi, serena ed appagante, perché c’è stretta corrispondenza tra noi e le varie forme di giardino, perché forse c’è un legame sottile tra il primo ancestrale, perduto giardino e quello vissuto individualmente nell’esperienza quotidiana diretta.

Senza che ce ne accorgiamo, stimola l’anima e la mente sul sentiero introspettivo e retrospettivo che ci rasserena, ci consente di rintracciare la via smarrita, di rivalutare il passato, di rielaborare i ricordi, di recuperare equilibrio e forse anche la voglia di vivere.

Tra i cespugli di rose, le giunchiglie e le essenze arboree diverse, si annidano teneri ed eleganti pettirossi, si nascondono e vivono come fauni le nostre emozioni e i nostri sentimenti più veri.

E questo accade anche nel minuto spazio di un balcone dove si alternano i variopinti colori di un geranio, un fragrante gelsomino, una primula, una rigogliosa azalea, dove vive e vegeta con piacere, comunque, quanto è più in sintonia con il nostro mondo interiore, dove è possibile riconoscersi.

Quindi, domandare “Qual è il tuo giardino?” è chiedere quale giardino hai dentro di te, nell’anima e nella mente.

E’ chiedere chi siamo, è promuovere lontani e sopiti ricordi di giochi e di fragranze, una fruttuosa e produttiva introspezione, per riscoprirsi e ricomporsi, per togliersi di dosso la maschera fittizia che indossiamo spesso nel vivere quotidiano, che ingannevolmente ci presenta in modo diverso, che ci porta ad essere e agire lontani da ciò che realmente siamo, a tradire noi stessi.

 SULL’EDUCAZIONE

Questo ricordo di un libro letto già da qualche tempo e di un autore la cui produzione è profonda e ricca di stimoli, ci riporta ineludibilmente all’educazione, al difficile compito di educare, che è arte e che gli adulti esercitano, a casa come a scuola, per crescere nel migliore dei modi le nuove generazioni.

Non è per nulla semplice far germogliare un bel giardino interiore nei più piccoli, ci vuole tempo, dedizione, assiduità ed esempio; inoltre, lo si deve ritenere importante, si devono considerare centrali gli spazi liberi del giuoco in qualsivoglia giardino, nei quali far vagare senza vincoli fantasia e creatività, respirando con voracità e a pieni polmoni l’aria che è densa di odori, guardando rapiti i mille colori che lo compongono.

Un buon educatore (una buona scuola) è sensibile, si attarda, prende tempo, non va in fretta, consente lo spazio di giuoco autonomo, che travolge e spinge a osare, che dà percezione delle proprie forze, del proprio limite; oppure partecipa al gioco e si diverte anche lui.

Gli adulti che sanno, vanno avanti correggendo sistematicamente la rotta educativa, senza timore di incrociare dubbi continui, nella speranza di fare meno errori possibile, cercando di essere, per ricordare Bruno Bettelheim, non genitori perfetti o insegnanti perfetti ma, semplicemente, genitori e insegnanti passabili.

Si potranno avere tante competenze, ma senza una interiorità ricca, se si è privi di un personale giardino prospero di pluralità culturali arboree come ha da essere un giardino che si rispetti, cosa me ne faccio? Tali competenze finirebbero con l’essere senza anima, fredde come una notte senza luna, prive di sensazioni che le colorino, messe lì, appoggiate sul nulla, tipiche di uno stupefacente robot .

Insisto quindi, come in altre occasioni e forse stucchevolmente, con il ritenere fondamentale prima di ogni cosa la cura della relazione, il rapporto di qualità, l’intimità tra noi adulti e loro; è questa l’unica strada per raggiungere quel successo formativo, scolastico e non, di cui tanto si parla.

I buoni e fiorenti giardini personali non nascono dal nulla, presuppongono significative vicinanze, accompagnamenti discreti, capacità dell’adulto, genitore o insegnante che sia, di essere presente, di immedesimarsi, di essere di sostegno nelle difficoltà, di mostrare sensibilità e ben poco egoismo, ergo di possedere a sua volta un bel giardino personale.

E’ triste osservare a quanti bambini sia stata negata nel mondo, perché maltrattati e sfruttati anche nei modi più biechi, la possibilità di vivere da bambini e non soltanto non è stato garantito loro il cibo ma il sorriso, una semplice carezza, la possibilità di giocare in un qualsiasi spazio, costretti a fare gli adulti anzitempo.

Noi a cui la fortuna ha assegnato agi e benessere, che possediamo conoscenze e tradizioni culturali e democratiche da tanti invidiate, che possediamo una lunga cultura educativa, stentiamo a dare ai nostri rampolli nei fatti una Buona scuola.

Il tempo, quello dei campi incolti, dei cortili o marciapiedi dove, noi più adulti, trascorrevamo esaltanti pomeriggi a giocare e tornavamo a casa sporchi, sudati e con le ginocchia sbucciate, è passato, ne ho personalmente nostalgia, lì tra quegli spazi ho costruito, tra le amorevoli e severe affettuosità dei miei, di mia madre, come altri, il mio mondo interiore, il mio giardino personale a cui hanno dato vigore a scuola, Patroclo e Achille, Ulisse, Filemone e Bauci ecc e ecc.

Non rimpiango quei tempi, il mondo oggi è molto migliore e di sicuro lo sarà domani, se si avrà il coraggio di imboccare semplicemente la strada del buon senso. I bambini, sempre belli, oggi sono stupendi ma, se parliamo di educazione e di scuola, qualche perplessità mi assale, perché il benessere mi dà l’impressione ci abbia fatto perdere il senno. Troppi sono infatti gli egoismi dissennati, innumerevoli le situazioni di abbandoni affettivi, le noncuranze nei riguardi dei più piccoli e degli anziani, le leggerezze con le quali si articolano e si disarticolano, senza nessuna remora, le relazioni interpersonali. Ci si compiace di andare sempre di corsa e per la fretta non ci curiamo di coloro che travolgiamo, a cui calpestiamo tutto il giardino, non chiediamo a costoro neppure scusa, non si ha né tempo, né voglia.

Le famiglie passano ormai assieme quotidianamente solo qualche minuto e pure in silenzio, tutti sono stressati, per parlare e ascoltare ci vuole tempo e calma e in queste condizioni è meglio tacere, per altro non si hanno forze e fiato e si può finire con non capire niente e dire bestialità. Il mondo interiore, il giardino che, da interazioni qualificate, sguardi, carezze e sorrisi, assennate risposte, trarrebbe arricchimento e vigore, piano, piano si inaridisce e finisce con l’essere del tutto incolto e pieno di sterpi. I più piccoli ne soffrono di più, cercano scappatoie, via di fuga quando possono.

Vai a vedere come ti salvi dalle esperienze dell’asilo nido “Il Paese Delle Meraviglie”di Pinerolo, dove bambini, lasciati lì da genitori impegnati e traditi dal promettente nome dell’asilo, hanno subito da “adulti”, aridi dentro e privi di ogni scrupolo, inauditi maltrattamenti . Altre situazioni analoghe sono state, in questi ultimi anni, denunciate e si sono conosciute situazioni sconvolgenti, abusi, prepotenze e violenze nei confronti di altri bambini, anziani e malati indifesi.

Ma di quale giardino sono costoro?

E, per inciso, l’esercito di centocinquantamila precari che presto sarà a pieno titolo tra i banchi di scuola sarà costituito da bravi giardinieri?Sarebbe bene domandar loro se amano i fiori.

Ci rincuora avere notizia che il maestro D. Barenboim, eccezionale e noto pianista e direttore d’orchestra, abbia realizzato a Berlino un asilo musicale, un luogo nel quale si piantumano delicate essenze arboree che diventeranno, se curate, un lussureggiante parco personale.

E noi per altro, patria della musica, cosa aspettiamo?

Ma forse è meglio soprassedere, qualcuno imprudentemente potrebbe aver voglia di tira su, a forza, tanti Barenboim.

 

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