UN ACCADIMENTO ALQUANTO INCRESCIOSO_FEBBRAIO 2015

on . Postato in Autonomia scolastica

UN ACCADIMENTO ALQUANTO INCRESCIOSO

di

GIUSEPPE ALESI

Spulciando tra i ricordi… Nomi e cognomi sono di fantasia, i fatti sono reali.

Quando si instaurano intimi legami, la scuola diventa una buona scuola.

PARTE PRIMA

Si è voltata di scatto, livida in volto, alla ricerca del reo che le ha sussurrato parole indicibili mentre era voltata di spalle a scrivere l’esercizio alla lavagna.

Nel silenzio ormai di tomba, denso di cattivi presagi, gli occhi vividi della professoressa scrutavano uno per uno i visi dei diciotto alunni della classe 2D, alla ricerca di un lieve sussulto, un piccolo segnale di tradimento, per scaricare tutta la sua giustificatissima ira.

Fu infine Marco Bellomo, un tipetto noto per la sua vivacità, le sue intemperanze e il parlare colorito, a sentire (eppure non si era tradito…) come un colpo di fucile che ferisce le carni, il tuonante: “Bellomo! FUORI! E DAL PRESIDE!”

Il preside è stato più volte tirato in ballo per l’alunno Bellomo, ma anche per altri un po’ irrequieti di quella classe; è suo compito, ha fatto la voce grossa, ha teso il dito indice, promettendo l’apocalisse, se non ci fossero stati cambiamenti radicali, ma…

Durante i consigli di classe ha invitato i docenti a ragionare sul fenomeno, a farsi carico delle difficoltà degli alunni e di Bellomo in particolare, che vive con la madre separata da un marito che è sparito da due anni, a non assumere atteggiamenti di muro contro muro, perché cosi non si va proprio da nessuna parte e, convinti di essere i più forti, si finisce poi perdenti e tanto lontani dal ruolo di educatori.

Bellomo è entrato in presidenza accompagnato dalla collaboratrice scolastica, con aria strafottente; l’ho invitato a sedere, me lo sono guardato con attenzione, il ribelle, uno scricciolo poco curato: indossava un giubbino striminzito che ne esaltava tutta la magrezza, occhi nerissimi, pantaloni calati in vita e capelli ingelatinati, come non mai.

Ci siamo guardati e quando lui ha chinato il capo: “E allora?...Ti chiami Marco, no?... Marco, che vogliamo fare? Cosa hai da dire?”

Con gli occhi che guardavano in basso e con voce sottile, ma decisa, esclama: “Preside, la professoressa è proprio una str….!”

Immediatamente replico: “Ritira la parolaccia! E poi, se vuoi, ne parliamo e vediamo perché è str……”

“Ormai, la Di Santo vede solo me, sono segnato!”

“Però tu ne combini una al giorno, è proprio impossibile!”

“La scuola non mi piace!” replica lui stizzito “E poi ci sono momenti...”

“Raccontami il fatto”

“Fabio, Fabio Mercante, mentre la professoressa Di Santo era voltata, le ha detto ricotta, ma sotto voce e la professoressa deve aver capito altro; si è voltata incazzata nera e chi ha sbattuto fuori? Me che non c’entravo niente!”

“ E non potevi dire che non eri stato tu ?”

“Che ricotta non l’avevo detto io? Si sarebbe imbestialita di più! Sono uscito e arrivederci”

“Ma, dimmi, ricotta, perché ricotta?”

“Lei veste sempre tutta di bianco che……”

“Ho capito!”

“Senti Marco, facciamo un patto, tra me e te, quando ci sono quei momenti…, chiedi il permesso di uscire dalla classe e vieni a trovarmi”

Alla fine dell’orario scolastico è scesa anche la professoressa, nera in volto e.. tutta vestita di bianco.

“Preside! In tanti anni di onorato servizio, mai avuti alunni come questi, maleducati e superficiali e poi, ma lei si rende conto!”

Mign….

“E’ veramente grave!”

“Ci vuole una punizione esemplare!

“Una settimana di sospensione!….Almeno una settimana! Che sia di monito definitivo per Marco Bellomo e di esempio alla classe”!

“Ma è proprio sicura?” Replicai; dall’espressione del volto, mi resi conto che non era il caso di insistere e neppure di dire altro.

“Per domani è convocato un consiglio di classe straordinario e l’accaduto sarà valutato collegialmente” dissi con tono adeguato alla circostanza “Guardi, la capisco, sono cose molto spiacevoli queste, ma possono accadere lavorando con ragazzi di periferia. Buon giorno professoressa!”

Due giorni di sospensione, meno non fu possibile, erano tutti molto irritati dal contegno dell’intera classe e di Bellomo in particolare, soltanto le docenti di lettere e di educazione fisica, tra palesi dissensi, usavano toni meno accesi.

L’espressione ricotta, riferita da Bellomo, era passata con molta fatica e che l’avesse pronunciata Mercante, ragazzo educatissimo e di buona famiglia, ancor meno; Marco Bellomo invece era ben altra cosa e a ragione, bugiardo, lestofante e facile all’eloquio di borgata.

Marco è venuto a trovarmi il giorno dopo, forse era uno di quei momenti….

“Preside” mi ha detto con gli occhi lucidi “questa è la quinta sospensione ed è una schifezza,

tanto, prima o poi…!”

“Marco! Calmati!”

Gli ho passato un mano sulla spalla, che lui ha molto gradito e…:

“I professori bisogna capirli, spesso li esasperate, ne combinate una dietro l’altra e tu certo non scherzi; la parola, anche quella scorretta, non ti manca e la professoressa Di Santo è molto sensibile.”

“Sensibile a che? ” risponde Marco con piglio “L’altra settimana mi ha fatto fare una bella figura di cacca, davanti a tutti, dicendo che ero stato io ad infastidire Maria e tutti, in coro, a dire che mi ci ero fidanzato, mi è dispiaciuto per lei, che era lì, tutta rossa”.

“Senti Marco, ora sali in classe e comportati meglio che puoi, tu sei un bravo ragazzo, vedi di farlo capire anche agli altri”

“Va bene, Ciao!”

Quel ciao, mi accordava una amicizia inattesa che mi faceva piacere.

PARTE SECONDA

L’ACCADIMENTO INCRESCIOSO

Era l’ora dell’uscita e la campanella risuonava per tutta la scuola, dalle scale gli alunni scendevano rumorosi, come sempre, ma in ordine; anche io, molto tempo fa, scendevo le scale della scuola media Tito Livio, a Roma: il silenzio allora era tombale, molto meglio oggi, pensav, assorto.

D’improvviso, un urlo, un schianto, mi volto di scatto…..

La professoressa Di Santo, tutta vestita di bianco, era rovinata, paurosamente, a terra, in modo scomposto, gambe all’aria; tutti a soccorrerla, alunni inclusi, qualcuno sommessamente se la rideva.

Fortunatamente niente di grave, soltanto un grosso spavento, la professoressa è stata fatta accomodare sul divano della presidenza e le è stato dato un bicchiere di acqua, che ha bevuto avidamente.

L’ho guardata, per la prima volta attentamente; è da sette anni nella nostra scuola, ma non avevo mai osservato i suoi occhi verdi e il suo sguardo, ora, per la eclatante caduta, più tenero e meno severo.

E’ una donna, nubile, ancor bella, sui cinquant'anni, che si vede che lotta, tenacemente, con il tempo che la sta facendo sfiorire e la rende forse velatamente triste e nervosa; per lei la scuola e il suo ruolo di professoressa di matematica sono tutto.

“Preside!” Esclama, dopo essersi un po’ ripresa: “Ho la netta sensazione di non essere caduta accidentalmente; qualcuno mi ha fatto inciampare e io immagino chi possa essere stato, era proprio dietro di me!”

“Professoressa! L’importante è non essersi fatta male, ha visto come tutti i ragazzi l’hanno soccorsa, anche Bellomo le ha raccolto il registro e l’ha aiutata ad alzarsi” Ho tagliato corto.

“Già!” Mi risponde, laconicamente.

Passano i giorni e Marco mi viene a trovare ormai spesso, ragioniamo delle cose di scuola e anche delle sue, di sua madre che si arrangia come può, da quando il padre se n’è andato senza un preciso motivo, gli manca tanto e non capisce perché non gli abbia mai fatto una telefonata.

In un paio di occasioni ne ho parlato anche con la madre che è consapevole della sofferenza del figlio, ma cosa si può fare? Ben poco.

Le consiglio, genericamente, di essere vicina al ragazzo e, se può, di non parlargli male del padre.

Ieri, la professoressa d' italiano, mi ha riferito che Marco, chiamato in causa per uno scherzo un po’ pesante ad un compagno, ha detto: “Mio padre, che è uno che conta, mi ha detto che bisogna capivve!”

Meno male, forse è ritornato il papà pensai e tutti ne eravamo molto soddisfatti.

Nel vedere la mamma il giorno dopo, mi sono affrettato ad esprimere tutto il mio compiacimento per il ritorno del marito.

“Mio marito? “Non lo sento e non lo vedo ormai da tre anni e… meglio così!”

“Eppure Marco ha detto del…”

Mi sono scusato e, un po’ commosso, mi sono rintanato nella mia stanza, tra le tante carte e le numerose incombenze burocratiche.

Adesso il giovane furfante, va discretamente bene, anche in matematica, sarà promosso anche se, ogni tanto, ci sono quei suoi momenti….

L’anno successivo si è diplomato con distinto.

In undici anni, tanti ne sono passati da allora, mi è venuto a trovare molte volte, mi telefona, mi chiede consigli; ha frequentato, con successo, un corso professionale, è diventato un bravo meccanico in una officina FIAT, si è fidanzato.

A volte parlandomi delle esigenze, talora eccessive, dei clienti, mi dice: “Ci vuole pazienza, come con Di Santo, bisogna capilli!”

A proposito, il padre, dopo qualche tempo, è tornato a casa ma lui, per sicurezza, preferisce tenersene due.

Breve nota di riflessione

Il racconto fa riferimento, come detto, a fatti realmente accaduti, ha il proposito di rimarcare come, per fare una buona scuola, sia talora necessario ben poco se le connessioni con il mondo delle emozioni e dei sentimenti sono accese e il rapporto, che va oltre le parole, si fa più intimo.

Qualsivoglia didattica innovativa, la digitale ha aperto opportunità di ampia valenza e portata, avrà successo nella misura in cui si rammenti sempre che dietro Internet, tablet, smartphone, ecc., ci sono persone con le loro specificità, uniche e originali, che esprimono sensibilità, emozioni e sentimenti esclusivi e preziosi, che vanno rispettati, ascoltati e valorizzati.

La capacità di mettersi in contatto intimo è una attitudine, quindi per certi versi innata almeno in parte, ma anche da acquisire spesso tacendo e ascoltando.

Comunque sia, essa manifesta una spiccata predisposizione positiva nei confronti degli altri è, per essere in sintonia con i tempi, un Wi-Fi costantemente acceso e, quando la connessione è avvenuta, la trasmissione è certa.

Il passaggio di tutti i dati, emotivi e non, è assicurato, le conoscenze e le competenze trasmesse sono ben registrate, si dà e si riceve con reciprocità e piacere.

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